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IO SCRITTORE

Amici Lettori, buongiorno. Vorrei proporvi i miei libri di narrativa, e siccome anche il prezzo conta, anticipo subito che in fondo a questo articolo ho inserito gli indirizzi dei punti vendita on line dove è più conveniente. Ma per il resto, desidero soprattutto presentare me stesso.

Mi definisco scrittore a bassa voce, sia perché il titolo è importante ed esige un pubblico adeguato, sia perché sono ingegnere, e pertanto addestrato ad altro. Tuttavia scrivo ormai da molto tempo, inoltre ho ottenuto di recente alcuni lusinghieri riconoscimenti con il mio ultimo romanzo, “Il professor Battista”, di conseguenza penso di poter finalmente entrare nel “club” senza più complessi.

Non sono un lettore “seriale”, o meglio, non lo sono più da quando le esigenze di sopravvivenza mi hanno precluso questo piacere, ma non ho mai smesso di scrutare gli infiniti universi della letteratura, anzi, è proprio così che ho fatto il mio faticoso apprendistato.
Da bambino, appena ebbi imparato a leggere m’innamorai di Dan Dare e Cocco Bill, e quando non bastarono più ad alimentare il nuovo fuoco in me, ci aggiunsi anche i Grand Hotel che mia sorella lasciava in bagno. Per fortuna, però, la biblioteca comunale era vicina e così, alle lacrime di pena per tutti quei cuori infranti si sostituirono presto quelle dal troppo ridere per le avventure di Tom Sawyer ed Huckleberry Finn. Mio padre se ne accorse subito, ma essendo un padre d’altri tempi, invece di rompere il muso al bibliotecario per i miei pianti mi portò l’intera collana di libri per ragazzi della amz, dove allora lavorava, compresa un’edizione illustrata della Bibbia. Imparai tutto su Tartarino di Tarascona, Cyrano de Bergerac, i dinosauri, Gengis Khan e le peripezie degli Israeliti, tanto che ci feci un gran figurone col parroco, con grande orgoglio di mia madre, una volta che, a Messa, mormorai fra i denti il nome di Nabucodonosor mentre stava per dircelo lui a proposito del re che aveva distrutto il tempio di Salomone.
All’epoca s’affacciava alla storia l’era spaziale, che con i Russi già in orbita mentre i missili americani ancora scoppiavano sulle rampe o poco più su, mi appassionava quanto Mark Twain e Sansone. Iniziai a galoppare fra le stelle con la fantasia in attesa di arrivarci anche di persona, e poiché già tendevo a rimescolare nel cervello piccole conoscenze e grandi sogni, quando il maestro Busacchi spiegò la forza del vapore, tentai di fargli credere in un tema che nel garage avevo costruito un missile proprio così, e poi lo avevo anche lanciato con successo: l’ingegnere e lo scrittore si stavano contendendo il mio futuro fin da allora.
Ascoltavo i giornali radio a bocca aperta immaginandomi astronauta, e quando mi accorsi che il giornalaio aveva tante belle riviste sull’argomento, presi a fargli visita tutti i giorni per sfogliarle a sbafo. Fortunatamente era un brav’uomo e mi sopportava, così imparai tutto anche su Sputnik ed Explorer, Yuri Alekseevic Gagarin, Alan Bartlett Shepard e via dicendo, fino alle soglie dell’adolescenza.
Nell’età ribelle, profondevo molto impegno a fare di tutto tranne che studiare, anche perché i miei genitori avevano una cartolibreria, e in quel tutto, oltre allo sport, era compresa l’opera omnia del negozio. Più di tutti mi divertiva Sir Pelham Grenville Woodhouse, che è l’unico autore a cui ho perdonato i romanzi scritti in serie grazie alle irresistibili risate che mi strappò fino all’ultimo; ma non mi feci mancare nulla: tra saggi di ogni genere e caotiche scorpacciate di quant’altro stava sugli espositori, da Salgari a Giulio Verne, da Simenon a Stout, Poe, Conan Doyle, Wagner, Ibsen e tanti altri, credo di aver letto anche cose che nemmeno capivo.
Lì per lì, ciò non mi valse la considerazione dei miei professori, che al terzo anno di liceo mi rimandarono in tre materie solo per evitare un coccolone a mio padre con una bocciatura secca, decisi però a completare l’opera a settembre. Poi, invece, il loro giudizio mutò radicalmente al termine degli esami di riparazione. Avendo studiato, li avevo superati bene, e dopo l’ultimo orale, non ricordo perché, m’ero intrattenuto in dotte chiacchiere con il prof di religione sulle migrazioni dell’era glaciale, sostenendo che c’era stato un passaggio di popolazioni asiatiche in America grazie al ponte di ghiaccio che s’era creato nello stretto di Bering. Non c’entrava per nulla con le materie del corso, ma sono convinto che se da allora registrai un netto miglioramento della mia reputazione, fu soprattutto grazie alle vetrine dei miei cari vecchi.
Intanto mi accorgevo di essere più ricco di Carlo Magno. Infatti potevo aspettarmi di vivere il doppio, e volare in America in poche ore, mentre a lui non sarebbe stato possibile nemmeno per scampare alla peste, e benché sapessi che anche le grandi conquiste scientifiche affondano le radici nell’immaginazione pura, al momento di scegliere la facoltà universitaria ciò fece prevalere l’ingegnere.
Durante l’università mi fidanzai, e così, fra le equazioni differenziali e la passione, la letteratura finì un po’ in disparte, anche perché Boringhieri pubblicava dei libri sulla relatività, i buchi neri e cose del genere, che un ingegnere non poteva ignorare. Ma quando poi si aggiunsero anche il pendolarismo e le faccende domestiche dei primi anni di lavoro, le belle lettere sprofondarono addirittura in cantina.
Inaspettatamente, a salvarle dall’oblio fu proprio l’approdo in quell’industria aerospaziale tanto agognata, che per i suoi fitti impegni avrebbe potuto seppellirle del tutto. La risalita, infatti, iniziò lentamente con la fantascienza di Urania nei lunghi viaggi in treno del venerdì e della domenica sera, e la notte che mi appisolai su una guerra di mondi, saltando Bologna dove lei mi attendeva, si concluse col dramma perdendo l’amore. Ne pagai a caro prezzo il ritorno, ma furono Alice e Don Chisciotte, Papillon, Sigfrido, La donna del mare, Jean Valjean ed il loro popolo intero, gli amici delle serate che scorrevano solitarie col gelo nell’anima. In compenso, tra un cappellaio matto ed una rivoluzione dei maiali, scoprivo anche in me una vena surreale strettamente imparentata alla più lucida razionalità. Così, impressionato dalla stoltezza che noi umani mettiamo a volte nel cercare lontano le cose sotto i nostri occhi, scrissi la cronaca del primo contatto con gli alieni che, essendo pidocchi, e stufi della nostra guerra chimica, nell’impossibilità di un accordo di “buon vicinato” avevano distrutto la nostra civiltà.
A parte il ricco epistolario intrattenuto fin dall’adolescenza con l’altra metà del cielo, spesso altrettanto squinternato, questo raccontino era il mio primo “capolavoro” letterario, visto che gli articoli sulle turbine a gas non c’azzeccano per niente.
Abusando dell’amicizia, costrinsi un collega a leggerlo e darmi un giudizio. Non era una persona qualunque, ma uno che definire “con due p—e così” sarebbe ingiustamente riduttivo, infatti, pur essendo un primate conosceva l’aerodinamica meglio di un falco pellegrino, e certo un tipo così era di quelli che non si classificano mai meno che eccellenti dalle elementari all’università, eppure io m’ero approfittato di lui senza ritegno per dei pidocchi. Il fatto che nonostante ciò siamo tuttora buoni amici è una cosa di cui gli sono grato.
“Sei riuscito a non annoiarmi”, fu il suo implacabile giudizio sull’ingarbugliato manoscritto, ma non me la presi, perché avevo capito che era una schifezza già mentre lo scrivevo: era troppo ingolfato dalla preoccupazione di riempire fogli che aveva condizionato la mia stesura da novellino. Comunque rimanevo del parere che l’idea di fondo fosse abbastanza buona, per gli amanti del genere, e dopo una drastica potatura da una dozzina di pagine a quattro, all’apparire di internet ne ebbi più di una conferma in rete, molti anni dopo. Si trattava di episodi sporadici, però: prima che mi accorgessi di aver scritto ormai tanto, e che anche gli addetti ai lavori iniziassero ad apprezzarne il buono, la fila degli anni doveva allungarsi anche di più.
Finché restai con la testa fra le nuvole, accumulai molte delle esperienze che mi avrebbero ispirato in seguito, ma non ebbi modo di scriverne un gran che. La dolorosa interdipendenza fra la vita professionale e l’infruttuosa ricerca di una nuova felicità sarebbe divenuta una spinta potente a suo tempo, ma per il momento macerava in silenzio nelle storielle impossibili che mi s’affacciavano alla mente di tanto in tanto, allorché un frammento di cielo incrociava le mie vie riaccendendo le emozioni per un po’.
Occorreva uno stacco totale, e lo decise il destino con un pauroso incidente d’agosto.
Nessuno in città a sollecitare la mia scienza; nessuno a farmi compagnia tranne i due piccioni che tubavano nel nido proprio sopra l’ingresso dello studio; nessuno che mi pagasse un’auto nuova, o i debiti che avevo fatto per avviare quell’attività professionale… non potevo mica stare seduto tutto il giorno davanti al computer a progettare un bel viaggio nell’Isola che non c’è! Però potevo “progettare” storie.
I miei primi racconti di ampio respiro nacquero in quel torrido agosto insieme ad alcune cronache sparse. Un paio di queste furono accolte benevolmente sulla stampa locale, e “Salmoni”, un viaggio surreale di due amanti da una capanna di tronchi nei pressi di Oslo alla loro reggia di ghiaccio e madreperla nell’estremo nord, suscitò impressioni ed accostamenti lusinghieri. Una piccola casa editrice bolognese mi propose di scrivere un libro per ragazzi, ma il mio surrealismo è piuttosto meditato, e non avendo una prole da cui imparare, declinai l’offerta.
Viaggiavo ed imparavo molto, invece, del mondo e della natura umana, finché un’esperienza forte di volontariato in Africa mi ispirò “Karìbu”: un romanzo diviso fra realtà ed immaginazione – come la vita stessa lo è fra veglia e sonno – teso a cogliere nell’amore l’essenza comune di tempo ed eternità.
Buoni giudizi, persino di Mondadori, ma la qualità non basta a pubblicare un libro, perché molti altri requisiti la soverchiano, rendendo la dischiusa di un esordiente una lotta impari. Fra questi, la notorietà dell’autore è il principale per molti editori, arrivando a vanificare del tutto il merito nelle loro graduatorie. Non faccio nomi per non attirare vendette che potrebbero affossare le mie aspirazioni, ma, per esempio, uno dei maggiori successi editoriali italiani è il peggior libro che io abbia mai letto. Scritto dal capo di una setta religiosa molto seguita negli Stati Uniti, aveva già rifilato venti milioni di copie agli adepti in quel paese, e, a mio avviso, fu solo in virtù dell’imponente campagna pubblicitaria fondata proprio su quel successo che ne vendette un altro milione in Italia. Infatti è una tale accozzaglia di banalità di poco senso, scarso costrutto e nessun valore, da non consentire altre spiegazioni di tanta popolarità.
C’è un detto che recita: “Se vuoi fare soldi, fonda una religione”, e visto che in Italia esiste (o esisteva) almeno una casa editrice solo per Sai Baba, probabilmente è vero, ma allora è come se il libro di cui sopra fosse l’autobiografia di Gesù delle Paoline… e quale esordiente potrà mai vantare i “followers” di Gesù?
Tuttavia, non dico che la categoria sia negletta del tutto. Mondadori assicurò ripetutamente di essere alla ricerca di una collocazione per Karìbu, e quando infine rinunciò, fu perché non era riuscito a trovare una collana adatta fra tutte le consociate. Come il caso del filone religioso appena visto, infatti, un altro requisito fondamentale per pubblicare con un editore che voglia vendere sul mercato è che il libro appartenga ad un genere preciso, che convogli su di esso l’interesse degli appassionati, e in effetti, Karìbu è, sì, un incrocio di avventura, amore, spiritualità e fantascienza, però non compreso del tutto in alcuno di questi generi. Secondo un autorevole giudizio, è un romanzo “filosofico”, piuttosto, ma nonostante l’appassionata ricerca esistenziale del protagonista, io per primo non mi azzarderei mai ad accostarne le elucubrazioni da viandante dell’anima all’opera di Sartre o Camus.
Senza il sostegno di una casa editrice, dunque, rompere il guscio sembrava proprio una lotta impari, ma sapevo di poter dire qualcosa di più intelligente anche di alcuni che lo avevano già rotto, ed ero deciso a migliorarne l’arte abbastanza da farmi ascoltare, perciò raccolsi il guanto, e pur senza alcuna certezza affrontai la sfida. Il duro lavoro che seguì comincia a dare i primi frutti solo ora, come chiarirò più avanti, ma ci sono ancora molti passi da fare, prima di arrivare fin qui.
Grazie al Cielo, l’avvento della stampa digitale mi risparmiò la tentazione di affidarmi ad uno di quegli editori alla rovescia, che le loro pubblicazioni vogliono farsele finanziare dagli autori. Stampai invece in proprio un centinaio di copie di Karìbu, e le vendetti poi ad un’agenzia di viaggi, ad alcune librerie, ed agli intervenuti ad una presentazione presso la biblioteca comunale Lame di Bologna. Ma era stato un esperimento per capire i meccanismi della filiera: avevo ormai esaurito il mercato alla mia portata, e non potevo certo continuare a fare l’ingegnere, lo scrittore, il grafico, l’editore, il distributore, ed il libraio da solo. Allorché, quindi, Lulu.com prospettò di accollarsi gratuitamente i tre ruoli commerciali, salutai con entusiasmo l’editoria su ordinazione auto pubblicando il romanzo.
Intanto, l’ambizione di meritare un pubblico scrivendo bene delle cose interessanti mi spingeva da tempo a cercarne insegnamenti validi nei più grandi classici italiani e stranieri, nei premi Nobel e nei best seller mondiali. Sfortunatamente, non ho le attitudini della Rawlings e nemmeno di Wilbur Smith, però ho verificato che anche i temi più congeniali a me hanno una nutrita rappresentazione e schiere di lettori. Le invenzioni di interi meta mondi come sogni esistenziali, teatri della riflessione estrema, o parodie della dimensione temporale con la sua etica schizofrenica non si contano fin dai tempi biblici, e se ne avessi il tempo, leggerei all’infinito le avventure di Aragorn e Frodo Baggins nella Terra di Mezzo del “Signore degli anelli”, e del ”Doktor Faust” di Goethe con Mefistofele, Margherita ed Elena di Troia. Allo stesso modo, anche la trasposizione del proprio vissuto in racconti emblematici di affanno sociale, di travaglio storico, o anche solo di sé ha molti appassionati, e potendo, pure le crude pagine di Hemingway io sfoglierei ancora molte volte sulle tracce del suo tragico destino, e in ogni pausa del dovere, tornerei con Amir ed il fratello Hassan a caccia di aquiloni nei quartieri polverosi di Kabul.
La scomparsa di mia madre fra le sofferenze di una grave malattia mi ispirò un lungo racconto che descrive il passaggio nella terra degli avi come una piacevole passeggiata metafisica: augurio per tutti di vittoria definitiva sul male e la morte. Piacque tanto a chiunque lo lesse, che uno zio ci fece stampare quaranta copie di un bel libriccino, e me le regalò perché ne facessi omaggio agli amici come ricordo di me. Allora rividi tutti i racconti precedenti migliorandone un po’ lo stile, ne scelsi alcuni molto diversi, ma dalla comune tessitura fantastica, e li pubblicai da me presso Lulu.com col titolo “Racconti di Ultramondo”.
Seguì “Hakuna matata”: un manualetto di Kiswahili concepito durante la costruzione di un impianto di distribuzione dell’acqua in Tanzania, rivolto agli amici della solidarietà operanti in quel paese, nonché in Kenya ed Uganda, e a tutti quanti abbiano affari là. Ma si trattava solo di un intermezzo, e presto ricomparve la pulsione letteraria con un romanzo fortemente autobiografico intitolato “Il diario di Homunculus”. Come ben s’intende dal titolo stesso, io non mi ritengo affatto personaggio da biografie, ma la vicenda è un doloroso intreccio di vita professionale ed affettiva che denuncia come il potere uso a boicottare merito e verità quali minacce sovversive sia una grave pestilenza sociale che distrugge intere esistenze individuali con ingenti danni anche alla collettività, e per questo, a me pare assolutamente degna di essere raccontata a chi queste cose non le sa.
Volevo inglobare nel racconto alcune lettere e storielle di apparente nonsenso, che con amara ironia avevano tratteggiato dall’inizio quel triste periodo di attese tradite, ma questi scritti fanno numerosi riferimenti agli eventi dell’epoca, perciò scelsi per il libro la forma del diario, che con delle annotazioni dirette di tali fatti, lo avrebbe reso alla portata anche di chi in quel tempo non era ancora nato.
Il pubblico “campione” a cui sottoposi il romanzo reagì in vario modo. Io preferisco l’entusiastica recensione della rivista Biella Style e Motori, e la commozione di chi ne era stato protagonista nella realtà, ma ci fu anche qualche silenzio, ed un accenno di disagio per alcune crudezze in tema di sesso. Il comitato di lettura di un noto premio letterario lo stroncò senza pietà, e così, a parte ciò che preferisco, la mia opinione sul valore oggettivo dell’opera è un po’ confusa. Il cinismo di certe scene è voluto sia per fedeltà ai fatti, sia perché a mio avviso trasmette con tremenda efficacia il buio senso di perdizione dell’anima prodotto dalle vicende chiave della storia. Quanto al giudizio professionale emesso dal comitato di lettura al prezzo di un centinaio di Euro, devo dire che non mi parve professionale per niente. In un abbozzo di replica mai inoltrato scrissi: “… La scheda appare striminzita a prima vista, confermandosi alla lettura povera e superficiale, e rivela un tale scollamento dai contenuti del romanzo, da indurre a domandarsi se chi l’ha compilata ne abbia lette più di una decina di pagine a caso, o addirittura se abbia mai letto per intero un libro qualunque.”
A parte l’acida conclusione, sono tuttora dello stesso parere sulla recensione, anche se ciò non vuol dire che ritenga sbagliato il giudizio. Forse un giorno rivisiterò ”Il diario di Homunculus”, e magari lo riscriverò da capo, ma per il momento non mi sembra il caso. D’altra parte, come posso orientarmi meglio, senza il riscontro di un pubblico? Nonostante l’onnipotenza di Internet, di tutti questi libri auto pubblicati ho venduto ben poco più delle copie comprate da me, ma finché nessuno li conosce, non si può dare la colpa a cattiva reputazione dell’autore, che non ne ha alcuna. Per farsi conoscere occorre portare i libri in libreria, cioè avere un supporto di marketing che solo un editore vero può dare… se l’e-commerce non cambierà le cose.
Mentre speranze e delusioni tormentavano così lo scrittore che è in me, nel resto della vita si accavallavano le esperienze che avrebbero generato “Il professor Battista”: anch’esso un’accusa al potere che fa del sopruso un’arma di controllo e di sopravvivenza contro i giusti. Evidentemente, questa pestilenza ammorba il tessuto sociale in profondità, perciò combatterla con i libri non è solo una buona idea editoriale, ma un vero e proprio dovere civile.
Il titolo è un chiaro richiamo al predicatore del deserto biblico. Come lui, infatti, il protagonista è una voce scomoda che grida contro il lassismo, l’ipocrisia e l’omologazione che producono violenza ed ingiustizia, e come lui, egli è osteggiato iniquamente da un potere che di tali “virtù” è specchio fedele.
Questa volta la storia non è autobiografica, tuttavia gli episodi che la disegnano sono in gran parte veri e noti all’autore, il che fa del romanzo uno spaccato autentico della nostra società, nonché un’implacabile analisi dei mali che l’affliggono.
Finora, il libro è arrivato finalista nel concorso letterario “Mangiaparole”, inoltre ha ricevuto sei diverse proposte di pubblicazione e commenti molto favorevoli, fra cui la puntuale ed acuta recensione di Mauro Limiti, che si può trovare scorrendo un po’ all’indietro la mia pagina Facebook “Parole d’autore”.
Non ce n’è una, però, fra le proposte, di quelle case editrici che portano i libri in libreria, che io cerco, e se quanto ho scritto fin qui è vero, viene spontaneo domandarsi perché. Non lo so, ma ho un’idea su cui un caffè lo scommetterei senza problemi, e riguarda le parole omologazione e implacabile che ho usato poco più su. Omologazione è allinearsi all’orientamento culturale prevalente, e anche se non compare nei cataloghi, l’orientamento culturale prevalente è una di quelle “collane” di cui dicevo all’inizio, che tanta sicurezza danno a chi deve investire il proprio denaro sui libri di uno sconosciuto, ma d’altra parte, implacabile è chi non si allinea ad alcunché se non alle proprie idee… il resto vien da sé. Ma allora dove va a finire la libertà di pensiero?
Fortunatamente, il coraggio non è mancato ad una casa editrice digitale, perciò abbiamo sottoscritto un contratto, e “Il professor Battista” uscirà entro maggio in versione elettronica. Per l’edizione cartacea ho provveduto con l’autopubblicazione (ormai sono diventato un editore io stesso), e conto di riuscire a “rompere il guscio” anche così.

I miei libri si possono comprare in tutti i maggiori punti vendita on line. Di seguito ne suggerisco alcuni con i prezzi migliori:

KARìBU

Il professor Battista

VETRINA DI LULU

Grazie dell’attenzione, e a presto

Fernando De Benedictis