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POLITICA CREATIVA: FAKE NEWS E VIN DONNINO

Qualche tempo fa, in una popolare trasmissione televisiva, forse Uno Mattina o Storie Italiane, un noto urologo andò a concionare di “andropausa” come di una sindrome maschile assolutamente analoga alla menopausa, ed altrettanto reale nonché ineluttabile, e per dare maggior forza a quanto diceva, ne sciorinò dei sintomi identici a quelli femminili, come vampate di calore, sudorazioni e tremori, a cui a suo dire sarebbero soggetti anche i maschi con l’avanzare dell’età.

Ieri, a Uno Mattina, un altro urologo, altrettanto noto, pur senza fare riferimento al collega lo ha sconfessato clamorosamente, affermando senza mezzi termini che l’andropausa non esiste.

A quale dei due noti urologi credere?

Nella mia ormai lunga esistenza, a me la cultura spicciola della famiglia e del popolo ha sempre raccontato la seconda versione, e solo l’inasprirsi del dibattito di genere, da un certo punto in poi le ha affiancato la prima, tentando di imporla.
Da ingegnere quale sono, a parità di autorevolezza delle fonti io mi attengo ai fatti, e poiché non ho mai riscontrato nei miei amici alcuno dei famigerati sintomi anzidetti, mentre viceversa mi risultano noti a tutti diversi casi di paternità ottuagenaria, continuo a credere che l’andropausa non esista.

Ma la questione va ben oltre le convinzioni del sottoscritto.

Affermare l’esistenza dell’andropausa, infatti, equivale a negare “tout curt” quella di alcune differenze biologiche fondamentali fra uomo e donna, e quindi a privare di ogni fondamento naturale certi usi, come le unioni con forti differenze di età a favore degli uomini, e correlate asimmetrie di comportamento sessuale, che invece traggono origine proprio dalle dette differenze.
A chi tali comportamenti non piacciono, ciò offre un pretesto per tacciarli di “storica sopraffazione”. Al contrario, essi nacquero per accettazione condivisa delle proprie diversità, ma il presunto sopruso pretende una severa condanna morale, e per la follia femminista non c’è nulla di meglio, da aggiungere alle mille altre accuse agitate ogni giorno contro l’intero universo maschile nella guerra senza fine né esclusione di colpi che gli ha dichiarato.
Dunque, a prescindere dalla buona fede di chi la studia, l’andropausa può contribuire all’apparato ideologico di una guerra delirante perché intestina all’umanità e fondata su falsi pregiudizi, c’è quindi un’ottima ragione in più per trattarla con il dovuto rigore scientifico senza lasciarsi fuorviare dalle attese del facile consenso.

“Emarginazione”, tanto per fare il primo esempio di falsi pregiudizi che mi viene in mente… Ma chi, la Regina di Saba? Cleopatra? Teodora di Bisanzio? Isabella di Castiglia? Giovanna d’Arco? Elisabetta d’Inghilterra?
Le donne non hanno bisogno di quote rosa per fare i ministri, perché ci arrivano benissimo da sole e non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno.
I ruoli del passato che con gli occhi di oggi vengono presentati come marginali e frutto di oppressione maschile, erano in realtà consensuale adeguamento alle condizioni del tempo: ben difficilmente le madri preistoriche avrebbero potuto allattare andando a caccia, e l’odierno ritardo sui loro uomini nell’ottenere moderni riconoscimenti come il diritto di voto, su scala storica è irrisorio, oltre che logica conseguenza della dinamica degli eventi. Ma appena le condizioni socio-ambientali si sono evolute, la loro conquista del palcoscenico non si è fatta attendere un giorno di più, se è vero che nei ranghi dell’istruzione le donne superano il settanta per cento da gran tempo, e sono ormai prossime alle stesse quote in altri importanti campi come la sanità.
…Pare che nutrano minore interesse solo per la manovra di schiacciasassi e martelli pneumatici nei lavori stradali di ferragosto…

Eppure, finché noti antropologi continueranno a narrare la storia delle società umane come se ai primordi già ci fossero latte in polvere ed asili nido, l’inserimento della donna ai vertici del potere esterni alla famiglia continuerà ad apparire, ai poveri di spirito, un altro capitolo di feroce sopraffazione maschile.

È delle fake news di noti urologi, antropologi, religiosi, politici ed imbecilli del pari, che si alimentano la schizofrenia contemporanea e la pesante sbornia di “donnismo” che opprime l’Occidente dal crepuscolo del secondo millennio in poi.
E l’elenco di pretestuose quanto astiose querimonie anti maschili è una sfilza infinita. Forse ne affronterò singolarmente qualcuna, come oggi, quando se ne presenterà l’occasione, a cominciare dall’odiosa rappresentazione che i media fanno praticamente di tutti i maschi come di altrettanti orchi assassini di femmine; ora però preferisco utilizzare il poco tempo che mi separa da un buon sonno ristoratore per tentare di giungere ad una conclusione.

La società odierna è in preda ad una sbronza epocale di Vin Donnino: il vino allucinogeno che fa scambiare le lucciole per lanterne, e durante i TG fa pronunciare cinquecento volte la parola “donna” associata a tutto il bene del mondo, e di quando in quando la parola “uomo” se occorre un sinonimo di stupratore, assassino, orco e via dicendo.

E sì che Noi Uomini accettiamo senza lamentarci una decina d’anni in meno di aspettativa di vita, per amore delle meravigliose creature che ci allietano la vita!

Il Vin Donnino produce assuefazione, di modo che, per pagarsi le due o tre bottiglie al giorno di cui hanno bisogno, gli spacciatori più attivi sono proprio gli ubriaconi più incalliti, spesso politici e giornalisti della TV.
Ma ciò allarga l’epidemia a macchia d’olio, nonché il fossato che di per sé divide le due metà del cielo fin dalle origini, perciò, di questo passo, presto non sarà più possibile gettare ponti fra le due sponde.

Occorre allora fermare urgentemente gli untori: mettiamo il bavaglio ai noti urologi, antropologi, religiosi, e politici che si prestano a spargere autorevoli fake news per piaggeria ideologica, o l’umanità intera perirà.

LIBRI AL ROGO

Nel romanzo “Il professor Battista” si intuisce fin dal titolo la denuncia che l’odierna società del consenso obbligato è fondata sulla menzogna e, come ai tempi di Gesù, quando il Battista anacoreta tuonava nel deserto contro la turpitudine del potere, ancora oggi chi osa anche solo mettere in dubbio le verità di comodo del sistema è ridotto al silenzio con ogni mezzo.
L’atteggiamento di Facebook sul brano del libro che segue più giù ne è una dimostrazione eclatante.
Il passo riporta il dialogo che avviene in pullman fra una studentessa e l’insegnante che accompagna la sua classe in una gita scolastica a Monaco. Tratta un tema delicato, ma da prospettive opposte ed altrettanto legittime, con garbo e senza che l’autore ne faccia propria alcuna, inoltre, come si conviene ad un romanzo, fatti e personaggi sono dichiaratamente inventati. Non contiene quindi alcun elemento offensivo per persone, ideologie, religioni, identità di genere eccetera, eppure Facebook, pur dopo averne sollecitato una campagna promozionale grazie al suo buon impatto sul pubblico, al momento di lanciarla ha ritirato il consenso per una presunta violazione proprio di tale principio…
Non riesco a vederci un appiglio se non, forse, nel disagio per il racconto della ragazza, ma questo descrive una situazione assolutamente realistica, seppur fortunatamente rara, e io stesso posso testimoniarne di analoghe.
Dunque? Al rogo i libri? Libri al rogo?

ALLA RETE L’ARDUA SENTENZA

—–ooo—–


Il sole che splendeva fuori, sul tenero verdeggiare della primavera, non aveva ancora rischiarato del tutto il plumbeo scenario emotivo del racconto di Tomat, che, almeno a Davide, fu il sopraggiungere di Lilly Carati ad illuminare lo sguardo.
Disse che il pullman le dava un po’ di mal di testa, e domandò se poteva sedere lì davanti con loro, ottenendo ovviamente il pronto assenso di Battista, che si affrettò a sgombrare la poltrona accanto a lui da zainetto, macchina fotografica ed aggeggi vari.

Il viso di porcellana di Elisabetta Carati era pallido e pensieroso, ma questo non offuscava per nulla la sua bellezza, ed anzi, le dava un’aria più consapevole di quanto ci si potrebbe attendere, in una ragazza della sua età, che ne accresceva il richiamo con un’aura di mistero.
Sericei capelli biondi che splendevano come oro, grandi firme in ogni capo del morbido abbigliamento, unghie decorate in ceramica, con un sole al tramonto raggiato di allegre fiammelle nel cielo rosso sangue, trucco accurato ed accessori preziosi, un delicato profumo di ortensia che Battista non si stancava di annusare con discrezione… ogni particolare rivelava in lei l’appartenenza ad un ceto di levatura superiore.

Nelle poltroncine della fila a fianco, anche Davide tracciava nell’aria degli impercettibili ghirigori col naso, sulle scie della sua fragranza, Riccardina, invece, osservava ora lei ora l’esagerata allerta del compagno di banco con le orecchie ben tese a non perdere nemmeno una parola della nuova venuta.
Frequentando la terza A1, Lilly era con le allegre ragazze della Bubola in mezzo al bus, ma quel giorno, lei non se la sentiva proprio di ridere su tutto e tutti come una scema, perciò era venuta a rilassarsi un poco in mezzo ai grandi, e anzi, se la prof ne aveva voglia, avrebbe fatto volentieri due chiacchiere con lei.

La Bubola accettò di buon grado, quindi Battista offrì alla prof di scambiarsi di posto con lei, in modo che le due giovani donne, stando affiancate, potessero discorrere più tranquillamente; al signor Tomat avrebbe fatto compagnia lui.

“Mamma mia che colorito, Lilly! – Esclamò la professoressa quando si avvide dell’espressione sofferente sul viso della sua alunna – Ho delle gomme da masticare contro il mal d’auto, ne vuoi una?”
Lei declinò l’offerta. Probabilmente non era nemmeno il pullman la causa del suo malessere: già da un paio di giorni si sentiva così.
Impressionata, la Bubola scavò nella borsa: anche a lei facevano sempre un gran male, quindi l’Optalidon non vi mancava mai, e quando l’ebbe trovato, glielo porse garbatamente.
“Saranno cose di donne!” Bisbigliò Davide, con aria saccente, all’orecchio dell’inseparabile amica.
“Certamente… – rispose lei – e magari anche più di quanto tu creda.”
La Carati rinunciò di nuovo con un gesto della mano, quindi cambiò discorso, e chiese alla professoressa se fosse sposata.

La Bubola non si stupì della domanda, né parve contrariata per l’improvvisa irruzione nella sua sfera personale; al contrario, sembrò quasi contenta di poterne parlare, come se avesse bisogno di farlo da tempo, ma non ne avesse mai avuta l’occasione.
Non era sposata: era stata fidanzata al paese fino a quando aveva deciso di trasferirsi a Bologna, ma a quel punto s’era aperta una profonda crisi, e poco dopo, lei e Luigi avevano rotto.
Erano entrambi salentini; lui vagheggiava una famiglia fortemente legata alle tradizioni della sua amata terra, perciò non voleva staccarsene, e d’altra parte non aveva alcun motivo per farlo, visto che era figlio di un maggiorente locale, proprietario di terre ed oliveti; lei, invece, voleva lavorare a tutti i costi per ottenere l’indipendenza che le avrebbe consentito di non dover mai sottostare ad un’altra volontà per bisogno, e poiché giù non c’era lavoro, salire al nord era stato quasi una scelta obbligata.

Era quel “quasi” che la tormentava ancora oggi con mille dubbi e non pochi rimpianti.
Sì, perché loro due si erano voluti veramente bene, e Luigi, poi, era una persona salda come una roccia, su cui si poteva fare affidamento assoluto, e dopo, lei non ne aveva più conosciute, così; dopo, le persone serie sembravano completamente sparite dal mondo.
Invece c’è un gran bisogno, di unità… Non si fa altro che proclamare che siamo uno: maschio e femmina una creatura sola, e si sente anche nell’intimo, che questa è una verità fondamentale, ma poi tutto quello che si riesce a fare produce solo divisione… una contro l’altro armati… C’è qualcosa di sbagliato, non va bene così.

Ad ogni modo, ormai era andata e non si poteva più tornare indietro: in meno di due anni, Luigi s’era sposato con un’altra, e ora aveva un bel maschietto di otto anni, uno di quattro, e la bambina che aspettava tanto era appena arrivata.

Quando erano fidanzati, amavano guardare insieme i documentari sulla natura… quanti ne avevano visti, e quanto li appassionavano entrambi!
Ma ora, Daisy aveva la sensazione che solo lui avesse veramente compreso il significato di tutte quelle esibizioni, quelle lotte feroci in cui i maschi mettono in gioco la vita stessa, di quel corri corri di ogni creatura vivente per trovare l’altra metà di sé e prepararsi insieme ad accogliere i piccoli nel mondo come si deve. In natura, in tutta la natura, questo vuol dire farlo in tempo, perché quando il momento giusto è passato, poi non torna più.
Ciò che la natura vuole in cambio delle ali forti che consentiranno al pulcino di affrontare la migrazione autunnale, regalando ai genitori il senso profondo della vita che dà gioia, è il duro sacrificio scritto nel mondo a chiare lettere, ed è bieco inganno di potere, che prima o poi si pagherà a caro prezzo, la menzogna che illude del contrario chi ha paura di affrontarlo, per ottenerne il consenso.

A queste parole, la Bubola si fermò, come se temesse di essersi spinta troppo oltre in un contesto inopportuno.
“E tu cosa mi dici? – Domandò allora – Ce l’hai il ragazzo?”
La Carati aggrottò la fronte.
“Qui siamo diversi, prof.” Rispose quasi con sufficienza, al che fu la volta dell’insegnante, di mostrare meraviglia.
“In che senso, scusa?” Volle sapere.
La ragazza spiegò che se amare significava sentire il bisogno di stare con lo stesso uomo per tutta la vita, lei non conosceva nessuno a cui interessasse ancora: da loro si badava a divertirsi e basta.

Riccardina ebbe un fremito. Avrebbe voluto intromettersi nel discorso di prepotenza, però vi era estranea, quindi soffocò l’impulso con uno sforzo, per buona educazione.
Ma non poteva certo rinunciare a far sapere la sua opinione a Davide!
“Eccone qua una, stronza!” Gli bisbigliò ringhiosamente nell’orecchio, con un volume che lui le rimproverò, accostando l’indice al naso in un eloquente invito ad abbassarlo.

Ad ogni modo, sull’altro lato del corridoio né la prof né l’allieva diedero a vedere di aver udito il commento, pertanto l’aggressione che esso portava fu ignorata, e il colloquio procedette senza incidenti.

Certo, a formare delle coppie si giocava anche qua, ma perlopiù era un gioco, appunto: quando due si mettevano insieme, difficilmente si sentivano di fare promesse di amore eterno, e quanto alla fedeltà, nessuno era disposto a scommettere un centesimo sul partner… o la partner che fosse.

Nella pausa che seguì, la Bubola, un po’ imbarazzata, non sapeva cosa dire, allora Lilly, che invece aveva in mente un obiettivo preciso, approfittò del momento di difficoltà dell’insegnante per pungolarla di nuovo.
“Ma se fosse rimasta incinta cos’avrebbe fatto, prof? – Domandò – Avrebbe abortito, o sarebbe rimasta giù?”
L’insegnante la guardò interdetta.
“Incinta? Aborto? – Interrogò stupita sé stessa, più che l’interlocutrice – Ma… perché mai? Se fosse successo, vorrebbe dire che l’avevo voluto io, allora sarei rimasta giù, ovviamente.”
“Va bene, ma se invece ci fosse rimasta per caso?”
La donna non contemplava questa possibilità… quella donna, almeno.
“Al giorno d’oggi non si rimane incinte per caso, se si ha un minimo di giudizio.” Fu la sua risposta lapidaria.
La giovinetta scosse lievemente la testa in segno di dissenso, al che un’intuizione improvvisa squarciò l’intelletto dell’adulta.
“Scusa sai, – disse – ma cosa mi stai dicendo? Non è che per caso… appunto… tu…” La guardò negli occhi, e la ragazza fece segno di sì.
“Ma santo Dio, benedetta! Com’è stato possibile?”
Beh, nelle feste dei suoi amici non era poi così assurdo: alcol, erba, funghi, soldi… circolava di tutto in quelle ville sui colli, allora chi si preoccupava di voltarsi a guardare, quando uno cominciava a spogliarti da dietro?
E anche volendo vedere in faccia l’ammiratore, c’era da restare escluse come delle asociali, a fare troppo le schizzinose, mentre magari gli altri erano tutti ingroppati in un’orgia pazzesca.
Ma nessuna voleva rimanere fuori dal giro: le sue amiche accoppiate, che facevano credere al ragazzo di non uscire mai senza di lui, si sarebbero inventate il colera, pur di non mancare, e quando c’erano, del boy friend non si ricordava nessuna.
“Dunque, tu sei rimasta incinta in uno di questi baccanali, e ora ti domandi se sia il caso di abortire… se ho ben capito.”
“Beh, non proprio: – rispose Lilly – per fortuna, della gravidanza non sono ancora sicura al cento per cento, ma sull’aborto non avrei dubbi, nel caso… Quello che le chiedo è come fare: a chi ci si deve rivolgere, quanto tempo occorre per le pratiche e quanto bisogna stare in ospedale… se è possibile farlo in un’altra città, o comunque in anonimo e senza il consenso dei genitori… insomma, tutto quello che occorre sapere, perché è la prima volta che mi capita un impiccio del genere.”
“Deo gratias! – Esclamò la Bubola – E speriamo che l’impiccio sia un falso allarme… Gran consigli non sono in grado di dartene, perché ne so poco anch’io, per fortuna, ad ogni modo, credo proprio che il consenso dei genitori occorra, se sei minorenne.”
“Cazzo, no!” Mormorò Lilly, mordendosi un labbro.
“Ti capisco, – la confortò la confidente – ma a dire il vero non mi sembra affatto il guaio peggiore: l’aborto non è mica un videogioco, sai, ti segna l’anima per tutta la vita… Possibile che non ci sia un’altra soluzione? Che so, il matrimonio, magari: dicono che se ci si mette d’impegno, per un valore importante in comune, può riuscire bene anche senza una gran passione dietro… anzi, meglio che quando la passione c’è, ma manca la buona volontà di venirsi incontro… Oppure tenere il bambino anche se il padre non ci sta… É più difficile, ma ti fa ancora più onore.”
“Onore… – Elisabetta sbuffò un risolino amaro – In casa mia è il prestigio sociale… Invece per lei cos’è? Rinunciare alla vita per pulire cacca ed imboccare pappa? … Non fa per me, e comunque, anche volendo… non so nemmeno chi è il padre.”
La Bubola si limitò a guardarla ad occhi sgranati.
“Chissà cosa mi sono fatta, quella notte… – proseguì allora la ragazza, con lo sguardo assente – Ero completamente fuori… e credo di essere stata con tre sconosciuti uno dietro l’altro.”

Sulle poltroncine dietro all’autista, Davide e Riccardina si guardarono in modo molto espressivo.
“Ti presento il tuo grande amore.” Gli sussurrò lei in tono sarcastico.
“Minchia!!!” Borbottò lui fra sé, ma questa volta non si preoccupò troppo di non farsi sentire.

“Il professor Battista” e-book: http://www.librinmente.it/home/58-il-professor-battista-9788894995616.html

“Il professor Battista” edizione cartacea: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/388270/il-professor-battista/

DRONI E CELLULE STAMINALI: UN CONFRONTO DI POLITICA ECONOMICA TRA EMILIA ROMAGNA E CALIFORNIA


Da diversi anni seguo attentamente i progressi della medicina rigenerativa nel mondo per un concreto interesse personale legato a certi miei problemi di vista.

Ieri ho letto che una società americana di nome jCyte sta iniziando la seconda fase di sperimentazione di un suo prodotto a base di cellule staminali che promette di restituire la vista ai ciechi. La fase uno è stata superata con pieno successo, e risultati preliminari che fanno sperare altrettanto bene per la due. Poi ne seguirà una terza, e se tutto va bene, in poco più di un paio d’anni si potrà cominciare a praticare su larga scala la cura “miracolosa”.

La jCyte è nata praticamente dal nulla grazie ai finanziamenti di DECINE DI MILIONI DI DOLLARI di un ente pubblico californiano, il CIRM, che aiuta così i migliori progetti nel campo della medicina rigenerativa a diventare concrete realtà industriali ad alta remuneratività.

Pur registrando con soddisfazione la notizia, non ho potuto fare a meno di ripensare amaramente ai casi miei ed alla situazione italiana, poiché qui le cose vanno molto diversamente ed io, ahimè, ne sono un testimone diretto.

Ho brevettato diverse idee, infatti, alcune delle quali pubblicate da importantissime riviste scientifiche, ma diversamente da quanto sarebbe accaduto negli USA, questa mia attitudine mi ha fatto solo dei gran danni.

Mi limiterò a citare il caso dei DRONI per lo stridente contrasto con la vicenda della jCyte, ma purtroppo potrei raccontare anche di peggio.

Nel 1986 brevettai un dispositivo per generare spinta aerodinamica con minor impiego di potenza (e quindi minor consumo energetico) delle normali eliche, e pubblicai un articolo in merito sugli ”Atti dell’Accademia delle Scienze di Bologna”.

Riflettevo già da tempo sulla possibilità di realizzare un drone, e quel dispositivo sembrava particolarmente indicato allo scopo, poiché in caso di successo sarebbe stato un ulteriore elemento di innovazione dell’idea del drone, già rivoluzionaria di per sé.

Nel 1987 aprii il primo studio di progettazione computerizzata tridimensionale di Bologna, e, previa consultazione con la dirigenza della Confartigianato, lo iscrissi in tale associazione.

Naturalmente avevo il problema di trovare dei clienti che capissero cosa offrivo loro, perciò, nella ricerca, esplorai anche il settore pubblico.

Mi imbattei così in una recente legge della Regione Emilia Romagna che stanziava fondi per lo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nelle imprese artigiane.

Stando al testo, la legge era allettante, poiché copriva abbondantemente anche i costi di progettazione, cioè proprio l’attività del mio studio. Calcolai che con quel finanziamento avrei potuto sviluppare il drone senza bisogno di dedicarmi ad altro per tutto il tempo programmato, ma poiché già allora non mi fidavo del modo come in Italia si gestisce il denaro pubblico, stavo già per rinunciare, e dedicarmi esclusivamente alle commesse esterne.

Sfortunatamente, però, ebbi una sponsorizzazione privata che mi avrebbe consentito almeno di iniziare, e poiché, d’altra parte, la funzionaria della regione che mi aveva proposto la legge insisteva che il finanziamento era pressoché certo a condizione di essere un’impresa artigiana con un progetto innovativo, alla fine cedetti alla tentazione imprenditoriale. In fin dei conti, all’artigianato ero regolarmente iscritto, e un progetto innovativo l’avevo, eccome!

La prima domanda fu respinta con la motivazione che il fatturato era troppo basso.

Ricorsi al difensore civico obiettando che l’azienda era stata appena aperta, e soprattutto che quel criterio di selezione non era contemplato nel bando.

La commissione si dimostrò molto contrariata dal ricorso al difensore civico

e suggerì di ritentare l’anno dopo.

L’anno dopo, la domanda fu respinta con la motivazione che il progetto era da ingegneri e non da artigiani, e la Confartigianato, chiamata in causa per questo, si fece di nebbia. Inutile sottolineare i legami politico-economici fra tutte le parti in causa, ad eccezione del sottoscritto.

Una successiva domanda di inserimento in un programma regionale di sostegno alle startup tecnologiche, che erano la naturale evoluzione del mio studio in un’azienda di prototipazione rapida con attività interne ed esterne di ricerca applicata, cadde nel vuoto perché la responsabile della commissione non “credeva” nei droni, e per non dirla così, spiegò che non ne avevo documentato l’impatto commerciale… E come cavolo avrei potuto “documentarlo”, visto che i droni non esistevano ancora?

Intanto gli affari dello sponsor avevano preso una brutta piega, tanto che non fu nemmeno in grado di far fronte all’ultima rata del contributo promesso.

Così il progetto dovette fermarsi alla prima architettura d’insieme, che si può vedere nell’articolo di Aeronautica e Difesa qui allegato, ed ai collaudi parziali dei relativi componenti.

Si potrà dire che il prototipo dell’articolo è piuttosto diverso dai droni attuali, ma all’epoca erano ancora di là da venire sia i motori elettrici adatti allo scopo, sia i relativi sistemi di controllo e regolazione, sia le telecamere Gopro, e inoltre il dispositivo di sollevamento era deliberatamente alternativo alle eliche, con lo scopo di sostituirle come ulteriore innovazione in caso di successo della ricerca.

In ogni caso eravamo in anticipo di decenni rispetto alla comparsa definitiva dei droni, perciò probabilmente saremmo stati i primi ad uscire, con un finanziamento come quelli che i buoni progetti ricevono in America, e forse anche con qualche pregio in più.

Viste le decine di milioni di dollari che il CIRM ha erogato alla jCyte, immagino che sia l’uno sia l’altra si aspettino un consistente e rapido incremento del PIL della California, quando la startup biotecnologica sarà in grado di commercializzare i suoi progenitori retinici per la cura della cecità….

Chissà quanto sarebbe l’incremento del PIL dell’Emilia Romagna, se adesso la regione potesse annoverare un’azienda leader nella produzione di droni e nella ricerca applicata, con tante altre idee nel cassetto, ancora migliori!

DV per FB