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“Il professor Battista” presentato dall’Autore alla Biblioteca Malservisi di Bologna

RESOCONTO

Presentazione romanzo
Il professor Battista
di Fernando De Benedictis

Avvenuta Sabato 26 gennaio 2019, dalle ore 16
presso la Biblioteca Comunale Lame – Cesare Malservisi
Via Marco Polo, 21/13; Bologna

PROGRAMMA
1. Presentazioni e ringraziamenti
2. Lettura primo passo: “La marmitta ed il grembiule”
3. Sospensione per commenti e domande
4. Lettura secondo passo: “E il re degli Elfi quattro aule più in là”
5. Commenti e domande
6. Informazioni editoriali e per gli acquisti

RELATORI

FERNANDO (Fernando De Benedictis)
PAOLA (Giampaola Giovannini)

1. Presentazioni e ringraziamenti

FERNANDO

Buona sera.
Sono Fernando De Benedictis, ingegnere con l’hobby della scrittura da sempre, che con “Il professor Battista” è al suo terzo romanzo. A questi si affiancano un’antologia di racconti e un manuale di Kiswahili, perciò forse una dignitosa accoglienza nel mondo delle lettere me la sono ormai guadagnata sul campo.
Ad ogni modo, il mio vero obiettivo è ottenere l’investitura definitiva del pubblico, quindi comincerò la scalata al primo … “milione di copie” cercando di convincere almeno qualcuno di voi che Il professor Battista merita il tempo che gli si dedica, infatti è una storia appassionante in cui tutti si possono riconoscere, e ha già anche qualche riconoscimento importante di cui dirò alla fine.

Scherzi a parte, questoevento è un grandissimo credito di fiducia da parte sia dell’istituzione che ci ospita sia vostra, e siccome una fiducia così grande possono darla solo degli amici, i ringraziamenti sono ovviamente un dovere, ma soprattutto un piacere.
Allora li faccio anzitutto all’istituzione, perché la sua amicizia non ha alle spalle decenni di bisbocce, ma proprio la semplice lettura del libro, e pertanto ne è la migliore referenza.
Grazie dunque al Quartiere Navile e alla dott.sa Lucia Gasperoni, responsabile della biblioteca, che mi ha inserito nel suo calendario pur senza conoscere del sottoscritto che le pagine del libro.
Grazie alla cara amica Paola Giovannini, brillante giornalista del Carlino sempre impegnata in mille attività culturali, che è stata una delle prime lettrici del libro ed è qui per leggerne e commentarne alcuni passi.
Grazie a mia moglie che mi permette di essere qui, dato che io sono ipovedente ed ho bisogno di un accompagnatore per muovermi. Fortunatamente – si fa per dire – ho un minuscolo residuo visivo che su un monitor adeguato mi consente ancora di leggere, ma niente più, e anche se, come Stephen Hawking, cerco di non abbattermi per ciò che non posso più fare, ma di concentrarmi su ciò che ancora mi è possibile, senza Amalia questo incontro non lo sarebbe.
Grazie ai lettori sconosciuti, che con la loro passione senza pregiudizi confortano anche le aspirazioni letterarie più impensabili.
E grazie infine ai vecchi amici, la cui presenza mi dà un bel po’ del coraggio di cui ho bisogno per affrontare quest’impresa.

Ma veniamo al libro, “Il professor Battista”. Il titolo ne dà già un cenno, ma appena si scopre che il nome completo del professore in questione è Giovanni Battista, viene da pensare che ci sia un nesso con colui che battezzò Gesù.
Infatti la storia mostra che, come 2000 anni fa, anche nell’odierna società mediatica del “voi cosa ne pensate?” il pensiero conforme non è facoltativo, e in barba all’ipocrisia di una libertà di opinione che è solo nominale, chi osa lottare per qualcosa di diverso è destinato a passare un sacco di guai.

Il romanzo è, quindi, una vibrata denuncia di costume contro l’omologazione forzata.

Assolve questa “missione” raccontando le vicissitudini di un professore di scuola secondaria alle prese con una banda di bulli ed una ragazza altrettanto problematica, che nell’arco del triennio di specializzazione gli fanno vedere i sorci verdi con la complicità pavida e corrotta dell’intero sistema.

Con ciò, la promessa che tutti si possano riconoscere nella storia è mantenuta: infatti, chi non ha avuto, non ha, o non avrà a che fare in alcun modo con la scuola? Proprio nessuno.
E chi non si deve confrontare ogni giorno con l’imbarbarimento della società, che tanto tempo addietro se ne ammalò proprio nella scuola? Da quelle aule antiche, il contagio si estese alle generazioni successive, che poi sono diventate scuola a loro volta e società, rendendo il male pressoché incurabile, e adesso ci dobbiamo fare i conti tutti.

Dunque, sull’attualità della storia non ci sono dubbi, ma non basta: il lettore raffinato esige anche una scrittura trascinante, allora cedo la parola a Paola perché ci dica la sua opinione e poi dia voce anche al libro.
I brani che leggerà descrivono il primo giorno di lezione in due classi diverse della scuola in cui si svolgono i fatti.

2. Lettura primo passo: “La marmitta ed il grembiule”

PAOLA
Prima della lettura, Paola Giovannini ha premesso una sua bella presentazione dell’autore che non compare qui perché, essendo  estemporanea, non si dispone del testo.

La marmitta ed il grembiule

“Ciao, prufessò! Si ricomincia, eh?” Disse Mastroballante alle sue spalle. Lui si voltò sfogliando il testo del corso fra le mani.
“Ciao Mastro, ti sei saziato, di tarantelle, quest’estate?”
“Eccome no! – Esclamò l’altro con un saltello e una mezza riverenza – Tarantella, pizzica… di tutto. Pure ieri sera.”
Battista osservò l’insolita posa: “É il ballo di Pulcinella, la pizzica?” Domandò, con un interesse esagerato.
“Ma qua’ Pulcinella! Ci stanno un sacco di ragazze, dovresti venire pure tu qualche volta.”
“Sono sposato, Mastro, e pigro come un gatto, lo sai… – Rispose – Ma parliamo di cose serie piuttosto: allora quest’anno me la dai, una mano, o no?”
“Eeehhh, sì… te l’ho detto: mo che Cattani mi da una traccia…”
“Va bene, ma intanto vedi se riesci a farmi almeno il foglio elettronico, prima che finisca di nuovo l’anno… Guarda qua: sono appena una trentina di pagine; io inizio con la teoria per almeno quattro o cinque settimane, così hai tutto il tempo per dargli un’occhiata, poi tu fai due o tre lezioni su Excel dopo la prima verifica, in modo che io possa preparare i passi successivi con un po’ di respiro… Te la senti?”
Mastroballante scosse la testa a labbra strette, in un gesto di assenso che voleva mettere ben in chiaro il pesante sforzo dell’impegno, dopo di che si avviarono entrambi verso la terza B2.

La sentinella sull’uscio si precipitò in aula appena li vide svoltare intorno al pilastro delle scale, e subito, da dentro si levò un potente “chicchirichììììì!!!”, che, come la prima volta, risuonò beffardo in tutta la scuola.
Mastro abbozzò un risolino divertito, Battista si augurò che quell’imbecille non fosse toccato proprio a lui.
Giunto in aula, invece, si rese conto che la realtà era ben peggio, secondo il suo modo di vedere, infatti, li aveva tutti e tre gli incursori del collegio, e con la ragazza, il poker d’assi si chiudeva.
La fila davanti era semivuota. Nel banco proprio di fronte alla cattedra, lei, a gambe accavallate nell’inutile minigonna, esibiva lo Swarowsky nell’ombelico, e come non bastasse, metteva in bella mostra tutto ciò che, ai tempi del professore, il costume più audace avrebbe rimandato al sospirato mistero dell’intimità, mentre ora ammetteva il più morigerato – in nome dell’emancipazione – forse persino in chiesa.
Seguivano due file e mezza di volti maschili ancora sconosciuti che lo guardavano curiosi, e infine, annidati in fondo a sinistra, i tre del karatè o, se si preferisce, del chicchirichì.
Il più piccolo stava proprio nell’angolo, con un sorrisetto provocatorio, acquattato sul banco come per nascondersi meglio dietro a quelli intorno; il karateka, cupo in viso, lo copriva a sinistra con la sua stazza poderosa, e il terzo sedeva composto nella colonna accanto, vicino ad un ragazzo mai visto dall’espressione attenta.
I professori salutarono e si presentarono, poi Battista iniziò l’appello.
Giunto a Malomo, l’esperto di arti marziali si alzò, e accennando al compagno di banco, disse: “Sono io prof… Adesso che ci ha chiamato, possiamo uscire, io e Bazza?”
Nel sollevare lo sguardo dal registro, l’insegnante non poté evitare di scorrere dai tacchi ai capelli il quadro sensuale in primo piano davanti ai suoi occhi, e benché involontario, un brivido gli percorse la schiena.
Cercò il nome della ragazza nell’elenco, e, fra lo stupore generale, ordinò: “Naomi, vai a farti prestare un grembiule dalle bidelle.”
Lei parve trasecolare. “Ma… prof!!!” Protestò.
“Cosa c’è?”
“Scherza, vero?”
“Neanche per sogno, dico sul serio. Vai a farti dare un grembiule dalle bidelle e indossalo.”
“Ma non lo fa nessuno, prof! Non può mica costringermi lei a portare il grembiule!!!”
“No, ma a vestirti sì. Quando ci sono io, in classe vieni vestita, se no puoi stare anche nuda, però fuori; scegli tu.”
La ragazza pestò un piede con un gesto di stizza.
“Ma non è giusto! – Ribatté – Lei non può imporre come ci dobbiamo vestire… e se mi costringe, io vado a dirlo al preside.”
“Dillo a chi vuoi: ne hai diritto. Quanto a cosa sia giusto o no, avremo tempo di chiarirci meglio; intanto, però, qui comando io, signorina Fornaciari, perciò adesso piantala di fare storie, e vai.”
Lei fece per dire ancora qualcosa, ma poi obbedì di malumore, borbottando minacciose proteste senza preoccuparsi di non essere udita.
Terminato l’intermezzo, Malomo alzò la mano prima che Battista proseguisse l’appello dimenticandosi di lui, e allo sguardo interrogativo che ne seguì, fece di nuovo la sua richiesta: “Allora prof, adesso possiamo uscire, io e Bazza?”
Il professore scrutò lo sguardo buio del ragazzo, esibendo del suo un sorriso appena accennato.
“Siete siamesi voi due, che dovete uscire insieme?” Domandò.
“No prof, siamo Italiani, noi.”
Il sorrisetto di Battista si allargò in modo impercettibile; alcuni degli Italiani risero sarcasticamente.
“Intendevo dire ‘gemelli siamesi’: quelli che hanno qualche parte del corpo in comune, e devono fare tutto insieme perché non si possono staccare.”
“Ah, scusi, prof, ha ragione… Possiamo uscire, allora?”
“Non mi hai risposto… di che strana forma d’incontinenza sincronizzata soffrite, da dover andare a far pipì insieme, senza poter nemmeno aspettare l’appello della prima ora?”
“Ma no, prof, non è per andare in bagno.”
“E allora per cosa?”
“Maaahhh, ecco… Hanno rubato la marmitta di Bazza.”
“O bella, e quando, che siete appena entrati?”
“Ieri, prof.”
“Scusa, sai, ma mi devi spiegare, perché da solo non ci arrivo. Ieri hanno rubato la marmitta di Bazzagli, e oggi tu e lui volete uscire insieme… Per andare dove? A fare cosa? E poi cosa c’entri, tu, con la marmitta di Bazzagli?”
“Io e Bazza siamo amici da piccoli, prof.”
“Embe’?”
Malomo si volse un po’ a sinistra, verso il terzo elemento della compagnia del chicchirichì.
“Oggi Conte ha scoperto chi è stato.” Disse.
“Embe’?”
“É un balordo qui di San Lazzaro… uno che conosciamo e sappiamo dove trovarlo.”
“Non mi dire! E voi volete fare giustizia con una lezione indimenticabile, se ho capito bene, vero?”
Ritrovando di botto il sorriso ebete di poco prima, Bazzagli si strinse nelle spalle, allargando le braccia a palmi aperti come per dire: “Be’… è ovvio, no?”, ma fu di nuovo Malomo a parlare anche per lui.
“Beeehhh, sa com’è, prof…” Disse, accennando per la prima volta un mezzo risolino.
“Eh, sì… – convenne questi affettatamente – lo so. Ma il regolamento d’istituto dice che si esce uno solo per volta, che non si può prima della terza ora, e che non si lascia la scuola… Quello di stato invece, che si chiama legge, dice che la giustizia è affar suo, e le faide sono proibite, perciò rilassatevi. Anzi, adesso tu ti sposti lì, e tu, Bazza, dall’altra parte.” Così dicendo, indicò loro i banchi alle estremità della prima fila: Malomo a destra della cattedra, e il compare a sinistra.
Questi ritrovò d’incanto la voce. “No, prof! Da solo?” Gemette.
“Sì Bazzagli, ma se fa buio accendiamo la luce… te lo prometto.”
Malomo, invece, pretendeva il diritto all’apartheid: “No, prof, mi dispiace, ma io in mezzo ai Marocchini non ci vado.” Dichiarò.
“Come hai detto? – Ribatté Battista a muso duro – Senti, non vorrei sporcarti la ‘fedina’ dal primo giorno con una nota per intemperanze razziali, ma hai un modo solo per evitarlo: conformarti senza discutere oltre, e chiedere scusa per quello che hai detto.”
Malomo esitò, combattuto fra un impulso di rabbia e un barlume di buon senso, ma infine obbedì, e l’amico lo imitò subito dopo.

Al termine dell’appello, risultò che Bazzagli, Malomo e Conte erano ripetenti della terza liceo dell’anno prima, la ragazza proveniva anch’essa da una terza, ma di un’altra scuola, e il resto della classe era l’assortimento multietnico degli alunni di varie seconde che avevano scelto di proseguire con la meccanica.
Gli stranieri stavano perlopiù a destra, la maggior parte degli Italiani a sinistra, e in centro, i colori si mescolavano come le acque di un fiume a quelle del mare nei pressi della foce.
Qui, in seconda fila dietro alla Fornaciari, sedeva Vivarelli, la “sentinella”: un tipo sveglio che ebbe l’incarico di disegnare la pianta della classe; durante le ore di sistemi, ci si sarebbe dovuti attenere sempre ad essa.

In attesa del lavoro di Vivarelli, i due insegnanti si dedicarono ad approfondire la conoscenza dei ragazzi. Mastroballante si aggirava fra i banchi soffermandosi qua e là a parlottare con loro, e intanto Battista li intratteneva dalla cattedra informandosi sui nomi, i luoghi di provenienza ed i precedenti.
Ne venne fuori un quadro preoccupante: riguardo al grado di preparazione generale, si addensavano seri dubbi su molti, e quanto alle attitudini, sembrava che qualche elemento non fosse affatto portato al rigore della scienza, ma peggio di tutto era la Babele linguistica, visto che almeno la metà degli stranieri era appena arrivata in Italia dai posti più strampalati del mondo, senza sapere una parola d’Italiano.
“E adesso come gliele racconto le espressioni logiche, a questi qui?” Si domandò Battista, costernato.
Ad ogni modo, dopo che Vivarelli gli ebbe consegnato la piantina iniziò a provarci, sfumando quasi inavvertibilmente dall’intrattenimento ai primi segreti dell’elettrotecnica.

Aveva appena cominciato, che la Fornaciari rientrò negli stessi panni in cui era uscita.
“Mi ha autorizzato il preside!” Proclamò sedendosi al suo posto con aria trionfante, in risposta a quella interrogativa di Battista.
Ma la replica, asciutta, non tardò più di un attimo: “Vagli a dire che qui ci sono io, e finché ci sono io, tu in classe, nuda, non entri… Adesso va’ a metterti un grembiule, o resta fuori fino alla fine delle mie ore. Sono stato chiaro?”
Di nuovo, lei fece per ribattere, ma poi ci rinunciò. si alzò lentamente, ed uscì.

Poco dopo, s’udì bussare leggermente alla porta, e all’invito di Battista ad entrare, la ragazza la socchiuse appena.
“Prof, le bidelle non ce l’hanno un grembiule per me… – Disse dallo spiraglio – Posso stare in classe così, per oggi?”
Le fu concesso un permesso straordinario, in cambio della promessa di un abbigliamento a venire più consono, poi l’ora si avviò al termine senza altri incidenti.

3. Sospensione per commenti e domande

FERNANDO

Bene. Mi sembra che la sbirciatina dietro il sipario abbia dato un’idea abbastanza chiara della recita in programma.
Il carattere intransigente e però umano di Battista, in perenne conflitto con la professionalità indolente e frivola di Mastroballante, e con una dirigenza preoccupata di tutto tranne che del rispetto per gli insegnanti.
La bellezza ribelle di Naomi, come molti adolescenti inconsapevole di tutto, tranne che degli infiniti suoi diritti, a cominciare da quello alla protezione comprensiva del sistema contro ogni tentativo di farle riconoscere anche qualche dovere.
L’analoga incoscienza al maschile di Malomo, Bazzagli e Conte, la cui indole violenta e razzista erompe sfrontatamente da sotto la maschera di ipocrita educazione formale della “buona” società di provenienza.
Gli ingredienti del romanzo e della contemporaneità più degradata ci sono quasi tutti.
Mancano ancora la prepotenza di quei genitori che del proprio ruolo nella società hanno mantenuto una concezione da adolescenti, e la rilassatezza di un potere che non esita a macchiarsi di gravi ingiustizie pur di non assumere posizioni di vera responsabilità, ma non tarderanno molto: nelle sue quasi 500 pagine, il libro dispenserà generosamente anche queste perle.

Ma oltre ad un’inquadratura sull’intera storia, il passo offre una prima risposta all’eterna domanda di chi nel libro riconosce l’autore: “… ma è autobiografico?”. Ne approfitto per farvi subito un cenno prima di proseguire con la lettura, poi ci tornerò sopra alla fine.
Ebbene: io sono ingegnere come il prof. Battista, ed ho anche insegnato proprio nella sua scuola, ma tre bulli e una ragazza spregiudicata non li ho mai avuti fra i miei alunni.
Per l’architettura generale della storia mi serviva una scuola, e ce ne ho messo una che conoscevo bene, inoltre mi servivano quei personaggi, e siccome purtroppo nella realtà della cronaca quotidiana abbondano, li ho presi in prestito da lì.
Quindi… ma come ho detto, tornerò sulla questione più avanti.
Adesso ascolterei volentieri qualche commento, oppure risponderei alle vostre domande, se ce n’è già qualcuna che aleggia nell’aria.

BREVE PAUSA PER INTERVENTI DEL PUBBLICO NON REGISTRATI

Bene, allora se non c’è altro andrei avanti con la lettura. Nello stesso primo giorno di lezione, in un’altra aula della scuola, conosceremo degli altri personaggi che nel romanzo hanno ruoli fondamentali.

4. Lettura secondo passo: “E il re degli Elfi quattro aule più in là”

PAOLA

E IL RE DEGLI ELFI QUATTRO AULE PIÙ IN LÀ

Le ampie finestre inquadravano un cielo buio e a tratti piovigginoso, che, nell’aula a luci spente, diventava una scura penombra in bianco e nero, in cui s’offuscava persino la costosa lucentezza ramata dei capelli della prof.
Lei parlava con tono piatto nel consueto silenzio educato della sua platea, sull’unico contrappunto occasionale del lieve tintinnio metallico che i pesanti braccialetti d’oro emettevano strisciando sulla cattedra, quando la sfiorava con i gesti pacati delle mani che sottolineavano le sue parole.
Il romanticismo tedesco non è certo l’argomento prediletto di un giovane del ventunesimo secolo, ma, ancora soggiogati dalla germanica fermezza dell’insegnante, i ragazzi l’ascoltavano in religioso silenzio.

“… Goethe è un poeta di immagini grandiose, ma, grazie ad una padronanza tecnica della lingua davvero straordinaria, anche di profonda armonia. Basti dire che talvolta riesce a rendere musicale persino il Tedesco, che, come sapete, gode di ben altra fama.
L’esempio classico e arcinoto è la bellissima poesia che trovate a pagina 312: ‘Il re degli Elfi’… Ascoltate, dunque.

Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?
Es ist der Vater, mit seinem Kind
Er hat den Knaben wohl in dem Arm.
Er faßt ihn sicher, er hält ihn warm.

Ecco, sentite con che fluidità descrive in poche parole la scena drammatica dell’uomo a cavallo nella notte ventosa, con che morbida malinconia ritma l’affanno del padre per la sua creatura in preda agli incubi della febbre, l’angoscia con cui cerca di proteggerla nel calore del proprio abbraccio?

Siehst, Vater, du den Erlkönig nicht!
Babbo, tu non vedi il re degli Elfi!
Geme il bambino.

Mein Sohn, es ist ein Nebelstreif
Figlio mio, è un velo di nebbia…
Lo rassicura il padre

Il bambino ha paura, il re degli Elfi lo chiama:
Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele spiel’ ich mit dir;
Vieni fanciullo caro, vieni con me!
Faremo tanti bei giochi insieme;

Sta delirando.
Sei ruhig, bleibe ruhig, mein Kind
In dürren Blättern säuselt der Wind
Non ti agitare, sta’ tranquillo, bimbo mio
È il vento che sibila tra le foglie secche

Il re degli Elfi brucia di passione:
Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;
Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt!
Ti amo, mi attrae la tua bella figura
E se tu non vuoi, userò la forza!

In controluce, i profili dei compagni sembravano ombre cinesi.
Alla sua destra, il bel volto attento di Riccardina era l’unico in piena luce, e l’unica cosa che valesse la pena di guardare… ma non poteva nemmeno restare a fissarla incantato come un mammalucco, perciò volse pigramente lo sguardo alla fila accanto, dove Mostafà Abid, tutto solo, disegnava due volti neri fusi in un bacio appassionato. Mostafà era l’unico straniero, in quarta AL.
Davide si allungò sulla sedia a braccia conserte, appoggiando i gomiti al banco verdolino; osservò la figura distrattamente, e si sorprese di accorgersi che l’immaginazione dell’amico vagheggiava l’altra metà del cielo esattamente come la sua.
Be’… certo che se l’aspettava, diamine! Ma quel disegno glielo confermava meglio di mille sagge parole.

La voce della prof cominciò ad allontanarsi come nel dormiveglia.
Gli sarebbe piaciuto andare in Marocco con Mostafà, a far visita ai suoi nonni rimasti là ad allevare maiali… No, non maiali, forse capre, perché i Musulmani non possono mangiare maiale… Ma poi cosa importa? Là dove lo aveva sospinto quella ninnananna, possono anche loro.
Non ricordava da quanto tempo nemmeno lui vedesse un maiale…
… Chissà com’era il Marocco…
… Ma che gliene fregava, a Mostafà, del re degli Elfi? …
… Maiali …
Un enorme suino lo scrutò a lungo negli occhi con le punte delle grandi orecchie che dondolavano all’ingiù, soffiandogli in faccia un alito pestilenziale, e intanto, la voce della Maurer sprofondava come in un’altra dimensione, confondendosi di là da una valle nascosta nella nebbia all’eco dei grugniti senza creanza dell’animale.


Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele spiel’ ich mit dir;

Poi, il muso del verro si dissolse nella bruma, lasciando lì gli occhietti di porco al viso imbellettato del re degli Elfi che reclamava per sé il pargolo.


Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;
Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt!

La morte piroettava ridendo intorno al galoppo notturno dell’uomo disperato che tentava di sottrarre il figlioletto alle sue mani ossute e fredde, ma queste lo ghermivano già forte, e, senza pietà, lo contendevano al padre.

“Lei che dorme! Sa dirmi di che cosa stiamo parlando?”
La voce della Maurer aveva attraversato di nuovo la valle, tornando a sovrastare i grugniti del re elfo, ma chissà, poi, con chi ce l’aveva?
“Davide!”
L’allarme di Riccardina, e ancor più la robusta gomitata nelle costole con cui la compagna di banco gliel’aveva bisbigliato, gli fecero capire che la prof l’aveva proprio con lui.
Si riscosse dalla sonnolenza tentando di raccogliere in fretta le idee.
“Dice a me?” Tergiversò, mostrandosi sorpreso.
“Certo che dico a Lei! Ne vede degli altri che dormono?”
Il suo libro era chiuso; lanciò un’occhiata a quello di Riccardina, aperto alla pagina giusta, e gli parve di capire che il verro che gli aveva grugnito in faccia nell’incubo doveva essere proprio il re pervertito anche alla luce del sole.
“… Del male!?” Buttò lì con un’inflessione che lasciava la porta aperta a tutte le correzioni necessarie.
La Maurer lo guardò interdetta: “Che cosa intende dire? La scena è quella di un padre a cavallo nella notte, in corsa per salvare il figlioletto moribondo… è la morte il male che ha in mente?”
Stella esitò.
“…Sssììì… anche… Il bambino muore… ed è male quando muore un bambino.” Disse.
“Non ho ancora letto questo verso… – Si stupì la prof – Conosce già la poesia?”
“No, lo sto leggendo adesso:
In seinen Armen das Kind war tot…
Fra le sue braccia, il bambino era morto.”
La Maurer si aggiustò sulla sedia.
“Vada a letto prima, la sera!” Consigliò.
Ma la fetente lussuria del maiale che lo aveva oppresso nel suo strano torpore angosciava ancora l’anima di Stella.
“E poi…” Cominciò, ma s’interruppe.
“Dica, dica pure, vuole aggiungere qualcosa?” Lo incoraggiò l’insegnante.
“…No, è che… Sì, anzi… E poi, ecco: io li odio, i pedofili.”
La Maurer lo guardò aggrottando la fronte sorpresa: lei non aveva mai parlato del re degli Elfi in quel modo.
“…Vada a letto prima, la sera. – Ribadì – Dormire le fa bene.”
Poi continuò la sua lezione.

5. Commenti e domande

FERNANDO

Un ambiente ben diverso dall’altro, vero? E meno male! Perché se no non ci sarebbe più speranza per il futuro… almeno per come la pensa Battista, che infatti, benché Davide e Riccardina non siano alunni suoi, diventa loro amico e mentore.
Mastroballante è più opportunista: per lui la vita è tutta mimetizzazione sullo sfondo del comune sentire per sopravvivere alla meglio senza dare nell’occhio, perciò non si sogna nemmeno di riprendere Bazzagli per i suoi chiccirchì, o Naomi per l’ombelico al vento, tutt’altro… ma lui è l’archetipo di chi rifugge le responsabilità, e dei tanti con cui Battista si deve confrontare, è anche fra i meno dannosi.
Battista invece si assume anche le responsabilità degli altri, crede in quello che fa, e a costo di esporsi a delle ritorsioni vuole svolgere fino in fondo il suo compito di educatore. La bellezza di Naomi turba anche lui, ma non per questo cambia opinione su un abbigliamento che giudica poco consono, ed anzi proprio per questo vuole che si copra.
È un po’ rigido e fuori moda, ma anche coerente ed onesto: il nemico peggiore, nella fattoria degli animali definitivamente votata al pensiero unico, e se ne accorgerà.

Quanto poi all’autobiografia, in questo passaggio sì che ho attinto a piene mani dal mio vissuto! Persino i nomi ho cambiato assai poco, e immagino che alcuni dei presenti si siano immedesimati nella scena come se l’avessero vissuta loro stessi, infatti io l’ho ripescata dai miei ricordi del liceo, e loro sono dei compagni di classe di allora.
I professori citati sono autentici, Davide e Riccardina pure, ed anche il brusco risveglio del ragazzo dal suo torpore lo è abbastanza… ma non lo è tutto ciò che riguarda Mostafà.
Mostafà non c’era in classe con noi, invece nel libro c’è, ed è anche lui un personaggio chiave della storia. E allora?
Allora mi servivano un ragazzo ed una ragazza puliti, intelligenti e innamorati senza saperlo, nonché la vittima designata dei bulli, e poiché in quel lontano ricordo c’era quasi tutto nella giusta atmosfera, l’ho adattato per farlo entrare nel racconto.

Voglio dire che non necessariamente il ricorso alla propria memoria è autobiografia.

Per scrivere è quasi impossibile non farlo, anche se ricordo un bellissimo racconto di Kafka dove un tizio diventa scarafaggio, e sono sicuro che a lui non è mai capitato. Ma questa è una trovata di genio puro che per tutto il resto non vale.
Kafka stesso ebbe a dire che “scrivere è comporre… “ e io condivido in pieno.
Comporre come quando si progetta: ogni cattedrale è un’opera unica della creatività, ma se l’ingegnere dovesse reinventare ogni volta colonne, capitelli, cupole, bifore, rosoni e draghi andremmo ancora a pregare nelle foreste di faggi, invece semplicemente li importa dall’esperienza.

Dunque, no: “Il professor Battista” non è un’autobiografia, è una voce che grida nel deserto come quella dell’antico eremita col suo stesso nome.

Grida perché nel mondo la parola “giustizia” è ancora pastura per i pesci, ma finché qualcuno che s’è liberato dell’amo getta scompiglio gridando l’inganno, molti altri si salveranno, e forse alla fine sarà il trionfo della verità.

BREVE PAUSA PER OSSERVAZIONI E COMMENTI DEL PUBBLICO

6. Informazioni editoriali e per gli acquisti

FERNANDO

Bene, mi avvio alla conclusione con la speranza di essere stato convincente.
Devo ancora aggiungere i riconoscimenti che ho promesso all’inizio.
Intanto i pareri di chi ha letto il libro sono buoni, e come ho già detto questo stesso evento lo prova, ma c’è di più.
Appena uscito, ha ricevuto ben sei proposte di pubblicazione con schede di valutazione talora addirittura entusiastiche. Mauro Limiti, di Progetto Cultura, s’è spinto a definirlo: “la dettagliata sceneggiatura di un serial televisivo dal contenuto ben più elevato di quelli che ci propina la nostra TV!”. Nel 2017 Il professor Battista è arrivato in finale al concorso letterario “Mangiaparole”, di conseguenza mi sono convinto che merita un grande pubblico, e poiché le case editrici che s’erano proposte non garantiscono un’adeguata distribuzione, ho sottoscritto un contratto per la sola versione digitale con la casa editrice Libriinmente, che lo ha trovato “molto interessante”, e ora lo pubblica in questo formato. Per il cartaceo, invece, attendo le “avances” di un grande editore, e nel frattempo provvedo da me su alcune piattaforme di self publishing, che almeno, a parità di vendite, pongono meno vincoli e consentono più guadagni di un partner inadeguato.

Quanto all’offerta commerciale, oltre all’edizione digitale attualmente ne sono disponibile tre su carta: una a copertina rigida, uscita per prima e piuttosto costosa, e due più economiche pubblicate successivamente. Queste, in brossura, sono identiche, ma di prezzo diverso, forse a causa di tempi di consegna notevolmente più lunghi per quella che costa di meno.
Tutte le versioni sono prenotabili nelle librerie fisiche e facilmente rintracciabili, nonché acquistabili, in quelle online digitando il titolo ed eventualmente il mio nome nel motore di ricerca.
Io ne ho acquistate alcune copie per questo evento, in modo che possiate comprarle senza problemi di sorta mentre vi infilate i cappotti… ma sono poche.

Grazie di nuovo e buona serata a tutti.

POLITICA CREATIVA: FAKE NEWS E VIN DONNINO

Qualche tempo fa, in una popolare trasmissione televisiva, forse Uno Mattina o Storie Italiane, un noto urologo andò a concionare di “andropausa” come di una sindrome maschile assolutamente analoga alla menopausa, ed altrettanto reale nonché ineluttabile, e per dare maggior forza a quanto diceva, ne sciorinò dei sintomi identici a quelli femminili, come vampate di calore, sudorazioni e tremori, a cui a suo dire sarebbero soggetti anche i maschi con l’avanzare dell’età.

Ieri, a Uno Mattina, un altro urologo, altrettanto noto, pur senza fare riferimento al collega lo ha sconfessato clamorosamente, affermando senza mezzi termini che l’andropausa non esiste.

A quale dei due noti urologi credere?

Nella mia ormai lunga esistenza, a me la cultura spicciola della famiglia e del popolo ha sempre raccontato la seconda versione, e solo l’inasprirsi del dibattito di genere, da un certo punto in poi le ha affiancato la prima, tentando di imporla.
Da ingegnere quale sono, a parità di autorevolezza delle fonti io mi attengo ai fatti, e poiché non ho mai riscontrato nei miei amici alcuno dei famigerati sintomi anzidetti, mentre viceversa mi risultano noti a tutti diversi casi di paternità ottuagenaria, continuo a credere che l’andropausa non esista.

Ma la questione va ben oltre le convinzioni del sottoscritto.

Affermare l’esistenza dell’andropausa, infatti, equivale a negare “tout curt” quella di alcune differenze biologiche fondamentali fra uomo e donna, e quindi a privare di ogni fondamento naturale certi usi, come le unioni con forti differenze di età a favore degli uomini, e correlate asimmetrie di comportamento sessuale, che invece traggono origine proprio dalle dette differenze.
A chi tali comportamenti non piacciono, ciò offre un pretesto per tacciarli di “storica sopraffazione”. Al contrario, essi nacquero per accettazione condivisa delle proprie diversità, ma il presunto sopruso pretende una severa condanna morale, e per la follia femminista non c’è nulla di meglio, da aggiungere alle mille altre accuse agitate ogni giorno contro l’intero universo maschile nella guerra senza fine né esclusione di colpi che gli ha dichiarato.
Dunque, a prescindere dalla buona fede di chi la studia, l’andropausa può contribuire all’apparato ideologico di una guerra delirante perché intestina all’umanità e fondata su falsi pregiudizi, c’è quindi un’ottima ragione in più per trattarla con il dovuto rigore scientifico senza lasciarsi fuorviare dalle attese del facile consenso.

“Emarginazione”, tanto per fare il primo esempio di falsi pregiudizi che mi viene in mente… Ma chi, la Regina di Saba? Cleopatra? Teodora di Bisanzio? Isabella di Castiglia? Giovanna d’Arco? Elisabetta d’Inghilterra?
Le donne non hanno bisogno di quote rosa per fare i ministri, perché ci arrivano benissimo da sole e non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno.
I ruoli del passato che con gli occhi di oggi vengono presentati come marginali e frutto di oppressione maschile, erano in realtà consensuale adeguamento alle condizioni del tempo: ben difficilmente le madri preistoriche avrebbero potuto allattare andando a caccia, e l’odierno ritardo sui loro uomini nell’ottenere moderni riconoscimenti come il diritto di voto, su scala storica è irrisorio, oltre che logica conseguenza della dinamica degli eventi. Ma appena le condizioni socio-ambientali si sono evolute, la loro conquista del palcoscenico non si è fatta attendere un giorno di più, se è vero che nei ranghi dell’istruzione le donne superano il settanta per cento da gran tempo, e sono ormai prossime alle stesse quote in altri importanti campi come la sanità.
…Pare che nutrano minore interesse solo per la manovra di schiacciasassi e martelli pneumatici nei lavori stradali di ferragosto…

Eppure, finché noti antropologi continueranno a narrare la storia delle società umane come se ai primordi già ci fossero latte in polvere ed asili nido, l’inserimento della donna ai vertici del potere esterni alla famiglia continuerà ad apparire, ai poveri di spirito, un altro capitolo di feroce sopraffazione maschile.

È delle fake news di noti urologi, antropologi, religiosi, politici ed imbecilli del pari, che si alimentano la schizofrenia contemporanea e la pesante sbornia di “donnismo” che opprime l’Occidente dal crepuscolo del secondo millennio in poi.
E l’elenco di pretestuose quanto astiose querimonie anti maschili è una sfilza infinita. Forse ne affronterò singolarmente qualcuna, come oggi, quando se ne presenterà l’occasione, a cominciare dall’odiosa rappresentazione che i media fanno praticamente di tutti i maschi come di altrettanti orchi assassini di femmine; ora però preferisco utilizzare il poco tempo che mi separa da un buon sonno ristoratore per tentare di giungere ad una conclusione.

La società odierna è in preda ad una sbronza epocale di Vin Donnino: il vino allucinogeno che fa scambiare le lucciole per lanterne, e durante i TG fa pronunciare cinquecento volte la parola “donna” associata a tutto il bene del mondo, e di quando in quando la parola “uomo” se occorre un sinonimo di stupratore, assassino, orco e via dicendo.

E sì che Noi Uomini accettiamo senza lamentarci una decina d’anni in meno di aspettativa di vita, per amore delle meravigliose creature che ci allietano la vita!

Il Vin Donnino produce assuefazione, di modo che, per pagarsi le due o tre bottiglie al giorno di cui hanno bisogno, gli spacciatori più attivi sono proprio gli ubriaconi più incalliti, spesso politici e giornalisti della TV.
Ma ciò allarga l’epidemia a macchia d’olio, nonché il fossato che di per sé divide le due metà del cielo fin dalle origini, perciò, di questo passo, presto non sarà più possibile gettare ponti fra le due sponde.

Occorre allora fermare urgentemente gli untori: mettiamo il bavaglio ai noti urologi, antropologi, religiosi, e politici che si prestano a spargere autorevoli fake news per piaggeria ideologica, o l’umanità intera perirà.

DRONI E CELLULE STAMINALI: UN CONFRONTO DI POLITICA ECONOMICA TRA EMILIA ROMAGNA E CALIFORNIA


Da diversi anni seguo attentamente i progressi della medicina rigenerativa nel mondo per un concreto interesse personale legato a certi miei problemi di vista.

Ieri ho letto che una società americana di nome jCyte sta iniziando la seconda fase di sperimentazione di un suo prodotto a base di cellule staminali che promette di restituire la vista ai ciechi. La fase uno è stata superata con pieno successo, e risultati preliminari che fanno sperare altrettanto bene per la due. Poi ne seguirà una terza, e se tutto va bene, in poco più di un paio d’anni si potrà cominciare a praticare su larga scala la cura “miracolosa”.

La jCyte è nata praticamente dal nulla grazie ai finanziamenti di DECINE DI MILIONI DI DOLLARI di un ente pubblico californiano, il CIRM, che aiuta così i migliori progetti nel campo della medicina rigenerativa a diventare concrete realtà industriali ad alta remuneratività.

Pur registrando con soddisfazione la notizia, non ho potuto fare a meno di ripensare amaramente ai casi miei ed alla situazione italiana, poiché qui le cose vanno molto diversamente ed io, ahimè, ne sono un testimone diretto.

Ho brevettato diverse idee, infatti, alcune delle quali pubblicate da importantissime riviste scientifiche, ma diversamente da quanto sarebbe accaduto negli USA, questa mia attitudine mi ha fatto solo dei gran danni.

Mi limiterò a citare il caso dei DRONI per lo stridente contrasto con la vicenda della jCyte, ma purtroppo potrei raccontare anche di peggio.

Nel 1986 brevettai un dispositivo per generare spinta aerodinamica con minor impiego di potenza (e quindi minor consumo energetico) delle normali eliche, e pubblicai un articolo in merito sugli ”Atti dell’Accademia delle Scienze di Bologna”.

Riflettevo già da tempo sulla possibilità di realizzare un drone, e quel dispositivo sembrava particolarmente indicato allo scopo, poiché in caso di successo sarebbe stato un ulteriore elemento di innovazione dell’idea del drone, già rivoluzionaria di per sé.

Nel 1987 aprii il primo studio di progettazione computerizzata tridimensionale di Bologna, e, previa consultazione con la dirigenza della Confartigianato, lo iscrissi in tale associazione.

Naturalmente avevo il problema di trovare dei clienti che capissero cosa offrivo loro, perciò, nella ricerca, esplorai anche il settore pubblico.

Mi imbattei così in una recente legge della Regione Emilia Romagna che stanziava fondi per lo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nelle imprese artigiane.

Stando al testo, la legge era allettante, poiché copriva abbondantemente anche i costi di progettazione, cioè proprio l’attività del mio studio. Calcolai che con quel finanziamento avrei potuto sviluppare il drone senza bisogno di dedicarmi ad altro per tutto il tempo programmato, ma poiché già allora non mi fidavo del modo come in Italia si gestisce il denaro pubblico, stavo già per rinunciare, e dedicarmi esclusivamente alle commesse esterne.

Sfortunatamente, però, ebbi una sponsorizzazione privata che mi avrebbe consentito almeno di iniziare, e poiché, d’altra parte, la funzionaria della regione che mi aveva proposto la legge insisteva che il finanziamento era pressoché certo a condizione di essere un’impresa artigiana con un progetto innovativo, alla fine cedetti alla tentazione imprenditoriale. In fin dei conti, all’artigianato ero regolarmente iscritto, e un progetto innovativo l’avevo, eccome!

La prima domanda fu respinta con la motivazione che il fatturato era troppo basso.

Ricorsi al difensore civico obiettando che l’azienda era stata appena aperta, e soprattutto che quel criterio di selezione non era contemplato nel bando.

La commissione si dimostrò molto contrariata dal ricorso al difensore civico

e suggerì di ritentare l’anno dopo.

L’anno dopo, la domanda fu respinta con la motivazione che il progetto era da ingegneri e non da artigiani, e la Confartigianato, chiamata in causa per questo, si fece di nebbia. Inutile sottolineare i legami politico-economici fra tutte le parti in causa, ad eccezione del sottoscritto.

Una successiva domanda di inserimento in un programma regionale di sostegno alle startup tecnologiche, che erano la naturale evoluzione del mio studio in un’azienda di prototipazione rapida con attività interne ed esterne di ricerca applicata, cadde nel vuoto perché la responsabile della commissione non “credeva” nei droni, e per non dirla così, spiegò che non ne avevo documentato l’impatto commerciale… E come cavolo avrei potuto “documentarlo”, visto che i droni non esistevano ancora?

Intanto gli affari dello sponsor avevano preso una brutta piega, tanto che non fu nemmeno in grado di far fronte all’ultima rata del contributo promesso.

Così il progetto dovette fermarsi alla prima architettura d’insieme, che si può vedere nell’articolo di Aeronautica e Difesa qui allegato, ed ai collaudi parziali dei relativi componenti.

Si potrà dire che il prototipo dell’articolo è piuttosto diverso dai droni attuali, ma all’epoca erano ancora di là da venire sia i motori elettrici adatti allo scopo, sia i relativi sistemi di controllo e regolazione, sia le telecamere Gopro, e inoltre il dispositivo di sollevamento era deliberatamente alternativo alle eliche, con lo scopo di sostituirle come ulteriore innovazione in caso di successo della ricerca.

In ogni caso eravamo in anticipo di decenni rispetto alla comparsa definitiva dei droni, perciò probabilmente saremmo stati i primi ad uscire, con un finanziamento come quelli che i buoni progetti ricevono in America, e forse anche con qualche pregio in più.

Viste le decine di milioni di dollari che il CIRM ha erogato alla jCyte, immagino che sia l’uno sia l’altra si aspettino un consistente e rapido incremento del PIL della California, quando la startup biotecnologica sarà in grado di commercializzare i suoi progenitori retinici per la cura della cecità….

Chissà quanto sarebbe l’incremento del PIL dell’Emilia Romagna, se adesso la regione potesse annoverare un’azienda leader nella produzione di droni e nella ricerca applicata, con tante altre idee nel cassetto, ancora migliori!

DV per FB

IL SILENZIOSO “OMINICIDIO” PERMANENTE DI STATO

Quando, nel 2010, Michael Douglas si ammalò di cancro alla gola e disse che gli era venuto a causa del sesso orale, si sollevò contro di lui l’indignata reazione della stampa di genere del mondo intero, e l’apostata fu messo in graticola come il più blasfemo degli eretici medievali.

 Poveraccio, s’era beccato il cancro, gli avevano detto che la causa poteva essere quella e magari intendeva solo consigliare cautela agli altri, ma per i severi guardiani dell’orientamento culturale prevalente l’altra metà del cielo non poteva stare che sugli altari insieme alla madre di Gesù.

Più sommessamente, però, ed evitando di esporsi all’inquisizione del terzo millennio, la divulgazione scientifica più seria stava informando da tempo che quell’ipotesi ci poteva anche stare, poiché diversi tipi di tumore del collo e della testa sono provocati dall’HPV, ossia proprio lo stesso papilloma virus che causa il cancro della cervice uterina.

“Allora perché danno il vaccino gratis solo alle ragazze e a noi no? – Si domandavano un po’ contrariati molti maschi dall’inizio della campagna di prevenzione, nel 2008 – Grazie che poi le donne campano sei o sette anni di più!”

Ma non era tanto il primato femminile ad irritarli, quanto piuttosto la discriminazione mortale contro di loro.

Da sempre i maschi si accollano di buon grado i rischi del fronte, nonché del lavoro in miniera e sulle rotte più tempestose sopportando in compenso l’ingratitudine muliebre, ma essere selezionati d’ufficio per la pentola come i galletti del pollaio non era una libera scelta come il cantiere di una diga, senza contare che gli immeritati sensi di colpa per le asfissianti accuse dei media di essere tutti degli ammazzafemmine a causa dei crimini di alcuni rendeva il vaglio ancora più odioso.

C’era chi non ci stava, però, così quando uno di questi irriducibili “maschilisti”, afflitto da un’annosa verruchetta contro cui s’era infranto invano ogni tentativo di cura apprese che il papilloma virus è causa per l’appunto anche delle verruche, e che queste si possono combattere efficacemente con certi ritrovati recenti della medicina, volle andare al fondo della questione rompendo il silenzio.

Nel 2013 si presentò all’ambulatorio di malattie nfettive dell’Ufficio d’Igiene chiedendo lumi.

Gli spiegarono che il papilloma delle verruche è di un ceppo inoffensivo, e che il vaccino per quello del cancro “sembrava” più indicato per le ragazze, ma più indignato che convinto, lui obiettò che quella era una sanità discriminatoria, e quindi in gran parte responsabile della morte anzitempo dei maschi rispetto alle femmine, cioè dei 300000 decessi di uomini che avvengono ogni anno in Italia; pertanto questi erano veri e propri “ominicidi” di stato occulti, a cui era ora di porre fine.

“Senza contare che anche l’aviaria è inoffensiva per gli esseri umani – concluse – ma si sterminano milioni di uccelli in tutto il mondo per paura del salto di specie.”

Sconcertata, la dirigente dell’ambulatorio lo indirizzò all’omologa di Dermatologia dell’ospedale, dove erano più aggiornati sui dettagli delle sue domande.

Ci andò senza aspettarsi gran che di nuovo, ben sapendo che la sua era sostanzialmente la provocazione di uno con del tempo da perdere, ma almeno voleva ottenere risposte precise a domande precise, e poiché “verba volant”, questa volta si presentò all’appuntamento con la lettera che segue, dove aveva messo per iscritto i suoi quesiti.

Buongiorno,

ho una verruca al pollice sinistro da almeno 8-9 anni. Ho fatto diverse applicazioni di crioterapia ed altri prodotti farmaceutici senza successo, anzi, da alcuni giorni sento un indurimento nel polpastrello dell’indice sinistro che mi fa temere il contagio anche di quello.

Da quando ho appreso che queste lesioni, sostenute da papilloma virus, possono contagiare qualsiasi parte del corpo, compresi gli organi genitali, e che certe varianti del virus possono dare luogo a diversi tumori sono molto preoccupato: uso la mano sinistra quasi esclusivamente con 3 dita, ed evito di toccarci le zone intime di chiunque, a cominciare da me stesso,

Domando: è per un’inconfessata selezione di genere tesa a decimare la popolazione maschile che non si prescrive il vaccino agli uomini? E se in questo caso esso è inutile, perché non ci si può curare nemmeno con gli antivirali di ultima generazione come il Cidofovir, che si dice siano molto efficaci?

Grazie

Inaspettatamente, la responsabile prese molto sul serio questa lettera. La fotocopiò e fece fare delle ricerche sul Cidofovir,

Risultato: il medicinale costava sui 600 Euro… troppo per delle verruche, per quanto fastidiose e a rischio di contagi ancora più sgradevoli.

Quanto agli “ominicidi” di stato su vasta scala, disse con molto imbarazzo che la battuta era simpatica, ribadendo la spiegazione della collega che il vaccino anticancro “sembrava” più indicato per le ragazze, ma era del tutto evidente che nemmeno lei credeva una sola parola di ciò che diceva.

La cosa finì lì.

O forse no.

È di questi giorni la notizia che, con 9 anni di ritardo rispetto alle donne, i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza prevedono la somministrazione gratuita del vaccino anti HPV anche ai maschi.

È grazie alle bastonate del referendum?

È cominciata l’era Trump?

Chi vivrà vedrà.

LA “MANOVRA” FIORENTINA

500 alle gestanti
500 anche ai lattanti
500 ai diciottenni
500 ai novantenni
500 agl’insegnanti
500 agl’ignoranti
500 ai biscazzieri
500 a quelli neri
500 per le mamme
500 per le nonne
cinquemila per le donne
,,,,,
papà stroncato
da poco svezzato
ben più che ai diciotto sopravvissuto
da ex professore son pensionato
e ciò malgrado rimango istruito
son maschio e lavoro senza rubare
son bianco e soccorro chi affronta il mare
appena padre da casa sfrattato
anche la nonna mi ha depredato
son io che pago cotanto sollazzo
eppur solo a me non spetta mai un cazzo!

INCONTRI DI UN IPOVEDENTE E DEL SUO ANGELO CUSTODE NEL PAESE DEI BALOCCHI

 

Un sabato mattina, Andrea e Lucia escono per godersi un po’ la città.

Lei si è ritagliata la breve pausa dagli infiniti impegni di ogni giorno, e nonostante porti un braccio al collo per via di un recente infortunio, ha deciso di regalarla a lui. Sull’uscio di casa, il coinquilino di fronte li ha chiamati “il gatto e la volpe”, dato che Andrea è pressoché cieco, ma in realtà, forse in onore al carisma iscritto nel suo nome, Lucia gli fa piuttosto da Angelo Custode, e oltre che per l’affetto che li unisce da sempre, Andrea le è grato anche per questo.

In autobus, l’obliteratrice rifiuta l’abbonamento annuale di Lucia.

“Sarà scaduto.” Pensa lei, che sa di doverlo rinnovare più o meno in questo periodo, ma non ricorda il giorno esatto. Benché infarcita di elettronica, infatti, la tessera non lo riporta, sicché Lucia se lo sta domandando già da qualche tempo.

La sera prima, avendo accompagnato Andrea nell’ufficio Tper dei contrassegni d’invalidità per l’auto, ha chiesto anche quest’informazione e l’impiegata le ha indicato la scadenza della carta sotto la fotografia, ma quella non è la data del rinnovo, e a tale obiezione, pur seduta innanzi al computer che tutto sa, s’è avvalsa del diritto di ignorare la risposta sancito a suo dire dalle mansioni specifiche di quell’ufficio.

Ad ogni modo, Lucia è una donna ligia, perciò decide di comprare un biglietto al distributore automatico.

Dopo aver rovistato un bel po’ nel portamonete suo ed in quello di Andrea, riesce finalmente a racimolare spiccioli per l’Euro e mezzo che occorre e si accinge a farlo, ma…   l’apparecchio in testa al bus ha la cassa piena e di conseguenza non funziona.

Pazientemente, l’angelo ingessato si dirige brontolando al dispensatore gemello in coda. Lo raggiunge a fatica poiché il mezzo è imbizzarrito, percorre la via tortuosa a velocità folle, e sbattendola da tutte le parti come un fuscello, la costringe ad abbarbicarsi ai sostegni con la mano buona per non rompersi anche quella, ma giunta in fondo… l’apparecchio è fuori servizio e si beve le monetine senza emettere la costosa strisciolina di carta.

Scocciatissima, lei riferisce tutto al pilota di rally per mettersi al riparo da una multa: è meglio evitare di apprendere dai controllori cosa penserebbero delle sue giustificazioni, perché in caso di sanzione, addio all’investimento di 300 Euro per l’abbonamento annuale allo scopo di risparmiare qualcosa.

Il rallista mancato prende atto della dichiarazione, ma… “ovviamente non può mica testimoniare ciò che non ha visto”.

Furibonda, Lucia sta quasi per proporre di scendere a comprare un biglietto, quando ricorda che forse nel portafoglio ha anche un city pass di scorta. Previdente com’è, l’aveva comprato insieme all’abbonamento proprio per delle dimenticanze o altri accidenti del genere, e infatti lo trova.

Ma… la macchinetta infernale rifiuta anche questo.

“Eppure ci sono ancora otto corse!” Esclama perplessa.

“Avranno modificato il modello. – Ipotizza Andrea senza crederci – Da quand’è che l’hai?”

“Saranno tre anni.” Risponde lei con dubbiosa ferocia.

L’agitazione per il timore di venirne fuori “cornuti e mazziati” non si calma del tutto nonostante la sovrana consapevolezza dei passeggeri senza titolo di essere più che in regola, ma per fortuna non salgono ronde e così, salvandoli da un possibile abuso, la fine del viaggio giunge più gradita che mai.

Comunque, la scadenza dell’abbonamento rimane un mistero che Lucia deve chiarire, e come sarebbe andata in caso di un controllo è una domanda che stuzzica la curiosità di entrambi, perciò, dopo gli acquisti, il cieco e la sua guida vanno a chiedere informazioni nell’ufficio Tper di Via Lame.

La coda è breve e per fortuna le mansioni dell’addetta sono meno specializzate che all’ufficio contrassegni.

Al banco, una ragazzina disponibile ed attenta informa che l’abbonamento di Lucia è scaduto proprio quel giorno, che in caso di malfunzionamento degli apparecchi a bordo occorre avvisare l’autista, che il city pass è valido e che se la macchinetta l’avesse obliterato si sarebbe potuto chiedere il rimborso del biglietto perso sporgendo regolare domanda allo sportello su appositi moduli.

“Meno male che non ha funzionato!” Commenta Andrea, rabbrividendo al pensiero di tutto quel traffico per un Euro e mezzo.

Quanto alla mediazione dell’autista, la questione s’è risolta da sola, quindi sarebbe un’inutile perdita di tempo approfondire il senso della sua risposta.

Sono appena usciti, che ad Andrea viene in mente di chiedere la scadenza anche del proprio abbonamento, inoltre non è ancora sicuro se con la disabilità abbia diritto a qualche sconto, visto che l’accertamento è recente, perciò vuole sincerarsene: per telefono gli hanno detto di no, ma non si sa mai, considerata l’incomprensibile spiegazione avuta.

Rifatta educatamente la coda, questa volta incocciano in un impiegato sui cinquant’anni con un vistoso orecchino, cui piace proiettarsi come un missile dal banco agli schedari e ritorno sulla poltroncina a rotelle.

L’abbonamento scade fra più di un mese, e per degli sconti bisogna venire qui col verbale d’invalidità… Non importa che l’abbiano già archiviato all’ufficio contrassegni: si deve portare l’originale anche a lui.

“Va bene, ma intanto mi dica chi ha diritto a cosa, così magari mi risparmio un giro inutile.” Ribatte Andrea.

“Deve vederci meno di un decimo.”

“Ah! Allora non è vero che non mi spetta!” Esclama il disabile.

“Perché, lei quanto ha?”

“Un ventesimo.”

“Allora vede che ha torto? Qui c’è scritto meno di un decimo: un ventesimo è di più.”

Lucia scoppia a ridere, Andrea sgrana gli occhi.

“Mi prende in giro?” Domanda.

“No: venti è di più di dieci.”

Ipovedente ed Angelo Custode trattengono a stento i legittimi improperi.

“Ma cosa dice? – Domanda lui – Guardi che un ventesimo è meno di un decimo proprio perché venti è più di dieci… Lo chieda alla signora se non crede a me: lei insegna matematica all’università.”

“Ma certo, diamine! – Sbotta Lucia – E lui non gliel’ha detto, ma è un ingegnere: si può fidare ad occhi chiusi.”

“Che è come dire… ciecamente.” Chiosa Andrea, sarcastico.

La parata di titoli disorienta per un momento l’ex ragazzo con l’orecchino, che per qualche momento oscilla avanti e indietro sulla sua poltroncina a rotelle con l’aria meditabonda. Come sempre, però, l’ignoranza si esalta ignorando sé stessa anche davanti allo specchio, sicché infine quello sentenzia impassibile: “Comunque non le viene niente.”

L’ingegnere capisce che è inutile discutere, perciò lo prende alle spalle.

“Ma se avessi meno di un decimo quanto dovrei pagare?” Domanda sibillino.

“Ottanta Euro.” Fa il pitagorico.

“Ah, però!” Si meravigliano ridendo nervosamente gli inesperti utenti  sulle tracce dei loro diritti.

Non sarebbe il caso di aprire la pratica con ‘sto John Nash targato Tper nemmeno avendo il verbale in tasca, ma prima di andarsene, Andrea non rinuncia a dispensare all’uomo il consiglio che vorrebbe gridare all’Italia intera: “Studi le frazioni caro signore, se no lei non può fare questo lavoro.”

Durante la passeggiata verso la linea del ritorno attraverso il centro pedonalizzato, il sarcasmo si mescola all’amarezza per l’inevitabilità del disastro in cui versa il Bel Paese: “…perché l’istruzione di quel tizio non è un’eccezione, ma quasi la norma!” Da insegnanti quali entrambi sono o son stati, loro lo sanno fin troppo bene.

Alla fermata dell’autobus, ipovedente ed Angelo Custode hanno ormai un bisogno piuttosto insistente, perciò decidono di soddisfarlo prima di prendere il mezzo e si avviano verso la fermata successiva in cerca di un esercizio pubblico lungo il cammino.

Quello che sembrava un bar si rivela uno spaccio di kebab dove per conceder l’uso dei servizi igienici il cassiere magrebino pretende che facciano un po’ di spesa.

L’idea non li sfiora neppure, dato che quel sapore tanto speziato a loro non piace, e per giunta sono già impacciati dagli acquisti, perciò Andrea e Lucia passano oltre, ma anche il bar più vicino è gestito da persone di aspetto mediorientale che danno la chiave solo ai clienti.

Indispettiti da quella che par loro la violazione di un diritto, i nostri amici rinunciano di nuovo anche se – dopo i bisogni e per educazione, ma non per obbligo – un analcolico lo prenderebbero volentieri.

Al terzo locale “pubblico”, la barista cinese dichiara: “Il bagno non c’è!”

“Ma non è obbligatorio?” Sbotta Andrea, irritato.

“Noi abbiamo una licenza vecchia senza obbligo del bagno.” Lo tacita la pronipote di Mao Dze Dong.

Frustrati, il gatto e la volpe raggiungono la fermata senza incontrare altri locali pubblici, e così prendono l’autobus rassegnandosi a tenerla fino a casa.

“Macché Alma Mater Studiorum! – Sbotta lui fra il serio ed il faceto appena seduto – Macché Culla del Sapere, tanto ospitale da aver inventato i portici per dare un tetto agli studenti sotto il cielo di ogni umore! QUESTO È IL PAESE DEI BALOCCHI!!!” Conclude poi, in crescendo.

Lucia gli fa una carezza di approvazione. Sa che a volte si diventa un po’ irritabili, mentre si sta perdendo inesorabilmente la vista, ma in questo caso Andrea ha ragione da vendere.

“Allora vedi che ha ragione Remo, a dire che noi due assomigliamo al gatto e alla volpe?” Lo asseconda con un sorriso.