“Il professor Battista” presentato dall’Autore alla Biblioteca Malservisi di Bologna

RESOCONTO

Presentazione romanzo
Il professor Battista
di Fernando De Benedictis

Avvenuta Sabato 26 gennaio 2019, dalle ore 16
presso la Biblioteca Comunale Lame – Cesare Malservisi
Via Marco Polo, 21/13; Bologna

PROGRAMMA
1. Presentazioni e ringraziamenti
2. Lettura primo passo: “La marmitta ed il grembiule”
3. Sospensione per commenti e domande
4. Lettura secondo passo: “E il re degli Elfi quattro aule più in là”
5. Commenti e domande
6. Informazioni editoriali e per gli acquisti

RELATORI

FERNANDO (Fernando De Benedictis)
PAOLA (Giampaola Giovannini)

1. Presentazioni e ringraziamenti

FERNANDO

Buona sera.
Sono Fernando De Benedictis, ingegnere con l’hobby della scrittura da sempre, che con “Il professor Battista” è al suo terzo romanzo. A questi si affiancano un’antologia di racconti e un manuale di Kiswahili, perciò forse una dignitosa accoglienza nel mondo delle lettere me la sono ormai guadagnata sul campo.
Ad ogni modo, il mio vero obiettivo è ottenere l’investitura definitiva del pubblico, quindi comincerò la scalata al primo … “milione di copie” cercando di convincere almeno qualcuno di voi che Il professor Battista merita il tempo che gli si dedica, infatti è una storia appassionante in cui tutti si possono riconoscere, e ha già anche qualche riconoscimento importante di cui dirò alla fine.

Scherzi a parte, questoevento è un grandissimo credito di fiducia da parte sia dell’istituzione che ci ospita sia vostra, e siccome una fiducia così grande possono darla solo degli amici, i ringraziamenti sono ovviamente un dovere, ma soprattutto un piacere.
Allora li faccio anzitutto all’istituzione, perché la sua amicizia non ha alle spalle decenni di bisbocce, ma proprio la semplice lettura del libro, e pertanto ne è la migliore referenza.
Grazie dunque al Quartiere Navile e alla dott.sa Lucia Gasperoni, responsabile della biblioteca, che mi ha inserito nel suo calendario pur senza conoscere del sottoscritto che le pagine del libro.
Grazie alla cara amica Paola Giovannini, brillante giornalista del Carlino sempre impegnata in mille attività culturali, che è stata una delle prime lettrici del libro ed è qui per leggerne e commentarne alcuni passi.
Grazie a mia moglie che mi permette di essere qui, dato che io sono ipovedente ed ho bisogno di un accompagnatore per muovermi. Fortunatamente – si fa per dire – ho un minuscolo residuo visivo che su un monitor adeguato mi consente ancora di leggere, ma niente più, e anche se, come Stephen Hawking, cerco di non abbattermi per ciò che non posso più fare, ma di concentrarmi su ciò che ancora mi è possibile, senza Amalia questo incontro non lo sarebbe.
Grazie ai lettori sconosciuti, che con la loro passione senza pregiudizi confortano anche le aspirazioni letterarie più impensabili.
E grazie infine ai vecchi amici, la cui presenza mi dà un bel po’ del coraggio di cui ho bisogno per affrontare quest’impresa.

Ma veniamo al libro, “Il professor Battista”. Il titolo ne dà già un cenno, ma appena si scopre che il nome completo del professore in questione è Giovanni Battista, viene da pensare che ci sia un nesso con colui che battezzò Gesù.
Infatti la storia mostra che, come 2000 anni fa, anche nell’odierna società mediatica del “voi cosa ne pensate?” il pensiero conforme non è facoltativo, e in barba all’ipocrisia di una libertà di opinione che è solo nominale, chi osa lottare per qualcosa di diverso è destinato a passare un sacco di guai.

Il romanzo è, quindi, una vibrata denuncia di costume contro l’omologazione forzata.

Assolve questa “missione” raccontando le vicissitudini di un professore di scuola secondaria alle prese con una banda di bulli ed una ragazza altrettanto problematica, che nell’arco del triennio di specializzazione gli fanno vedere i sorci verdi con la complicità pavida e corrotta dell’intero sistema.

Con ciò, la promessa che tutti si possano riconoscere nella storia è mantenuta: infatti, chi non ha avuto, non ha, o non avrà a che fare in alcun modo con la scuola? Proprio nessuno.
E chi non si deve confrontare ogni giorno con l’imbarbarimento della società, che tanto tempo addietro se ne ammalò proprio nella scuola? Da quelle aule antiche, il contagio si estese alle generazioni successive, che poi sono diventate scuola a loro volta e società, rendendo il male pressoché incurabile, e adesso ci dobbiamo fare i conti tutti.

Dunque, sull’attualità della storia non ci sono dubbi, ma non basta: il lettore raffinato esige anche una scrittura trascinante, allora cedo la parola a Paola perché ci dica la sua opinione e poi dia voce anche al libro.
I brani che leggerà descrivono il primo giorno di lezione in due classi diverse della scuola in cui si svolgono i fatti.

2. Lettura primo passo: “La marmitta ed il grembiule”

PAOLA
Prima della lettura, Paola Giovannini ha premesso una sua bella presentazione dell’autore che non compare qui perché, essendo  estemporanea, non si dispone del testo.

La marmitta ed il grembiule

“Ciao, prufessò! Si ricomincia, eh?” Disse Mastroballante alle sue spalle. Lui si voltò sfogliando il testo del corso fra le mani.
“Ciao Mastro, ti sei saziato, di tarantelle, quest’estate?”
“Eccome no! – Esclamò l’altro con un saltello e una mezza riverenza – Tarantella, pizzica… di tutto. Pure ieri sera.”
Battista osservò l’insolita posa: “É il ballo di Pulcinella, la pizzica?” Domandò, con un interesse esagerato.
“Ma qua’ Pulcinella! Ci stanno un sacco di ragazze, dovresti venire pure tu qualche volta.”
“Sono sposato, Mastro, e pigro come un gatto, lo sai… – Rispose – Ma parliamo di cose serie piuttosto: allora quest’anno me la dai, una mano, o no?”
“Eeehhh, sì… te l’ho detto: mo che Cattani mi da una traccia…”
“Va bene, ma intanto vedi se riesci a farmi almeno il foglio elettronico, prima che finisca di nuovo l’anno… Guarda qua: sono appena una trentina di pagine; io inizio con la teoria per almeno quattro o cinque settimane, così hai tutto il tempo per dargli un’occhiata, poi tu fai due o tre lezioni su Excel dopo la prima verifica, in modo che io possa preparare i passi successivi con un po’ di respiro… Te la senti?”
Mastroballante scosse la testa a labbra strette, in un gesto di assenso che voleva mettere ben in chiaro il pesante sforzo dell’impegno, dopo di che si avviarono entrambi verso la terza B2.

La sentinella sull’uscio si precipitò in aula appena li vide svoltare intorno al pilastro delle scale, e subito, da dentro si levò un potente “chicchirichììììì!!!”, che, come la prima volta, risuonò beffardo in tutta la scuola.
Mastro abbozzò un risolino divertito, Battista si augurò che quell’imbecille non fosse toccato proprio a lui.
Giunto in aula, invece, si rese conto che la realtà era ben peggio, secondo il suo modo di vedere, infatti, li aveva tutti e tre gli incursori del collegio, e con la ragazza, il poker d’assi si chiudeva.
La fila davanti era semivuota. Nel banco proprio di fronte alla cattedra, lei, a gambe accavallate nell’inutile minigonna, esibiva lo Swarowsky nell’ombelico, e come non bastasse, metteva in bella mostra tutto ciò che, ai tempi del professore, il costume più audace avrebbe rimandato al sospirato mistero dell’intimità, mentre ora ammetteva il più morigerato – in nome dell’emancipazione – forse persino in chiesa.
Seguivano due file e mezza di volti maschili ancora sconosciuti che lo guardavano curiosi, e infine, annidati in fondo a sinistra, i tre del karatè o, se si preferisce, del chicchirichì.
Il più piccolo stava proprio nell’angolo, con un sorrisetto provocatorio, acquattato sul banco come per nascondersi meglio dietro a quelli intorno; il karateka, cupo in viso, lo copriva a sinistra con la sua stazza poderosa, e il terzo sedeva composto nella colonna accanto, vicino ad un ragazzo mai visto dall’espressione attenta.
I professori salutarono e si presentarono, poi Battista iniziò l’appello.
Giunto a Malomo, l’esperto di arti marziali si alzò, e accennando al compagno di banco, disse: “Sono io prof… Adesso che ci ha chiamato, possiamo uscire, io e Bazza?”
Nel sollevare lo sguardo dal registro, l’insegnante non poté evitare di scorrere dai tacchi ai capelli il quadro sensuale in primo piano davanti ai suoi occhi, e benché involontario, un brivido gli percorse la schiena.
Cercò il nome della ragazza nell’elenco, e, fra lo stupore generale, ordinò: “Naomi, vai a farti prestare un grembiule dalle bidelle.”
Lei parve trasecolare. “Ma… prof!!!” Protestò.
“Cosa c’è?”
“Scherza, vero?”
“Neanche per sogno, dico sul serio. Vai a farti dare un grembiule dalle bidelle e indossalo.”
“Ma non lo fa nessuno, prof! Non può mica costringermi lei a portare il grembiule!!!”
“No, ma a vestirti sì. Quando ci sono io, in classe vieni vestita, se no puoi stare anche nuda, però fuori; scegli tu.”
La ragazza pestò un piede con un gesto di stizza.
“Ma non è giusto! – Ribatté – Lei non può imporre come ci dobbiamo vestire… e se mi costringe, io vado a dirlo al preside.”
“Dillo a chi vuoi: ne hai diritto. Quanto a cosa sia giusto o no, avremo tempo di chiarirci meglio; intanto, però, qui comando io, signorina Fornaciari, perciò adesso piantala di fare storie, e vai.”
Lei fece per dire ancora qualcosa, ma poi obbedì di malumore, borbottando minacciose proteste senza preoccuparsi di non essere udita.
Terminato l’intermezzo, Malomo alzò la mano prima che Battista proseguisse l’appello dimenticandosi di lui, e allo sguardo interrogativo che ne seguì, fece di nuovo la sua richiesta: “Allora prof, adesso possiamo uscire, io e Bazza?”
Il professore scrutò lo sguardo buio del ragazzo, esibendo del suo un sorriso appena accennato.
“Siete siamesi voi due, che dovete uscire insieme?” Domandò.
“No prof, siamo Italiani, noi.”
Il sorrisetto di Battista si allargò in modo impercettibile; alcuni degli Italiani risero sarcasticamente.
“Intendevo dire ‘gemelli siamesi’: quelli che hanno qualche parte del corpo in comune, e devono fare tutto insieme perché non si possono staccare.”
“Ah, scusi, prof, ha ragione… Possiamo uscire, allora?”
“Non mi hai risposto… di che strana forma d’incontinenza sincronizzata soffrite, da dover andare a far pipì insieme, senza poter nemmeno aspettare l’appello della prima ora?”
“Ma no, prof, non è per andare in bagno.”
“E allora per cosa?”
“Maaahhh, ecco… Hanno rubato la marmitta di Bazza.”
“O bella, e quando, che siete appena entrati?”
“Ieri, prof.”
“Scusa, sai, ma mi devi spiegare, perché da solo non ci arrivo. Ieri hanno rubato la marmitta di Bazzagli, e oggi tu e lui volete uscire insieme… Per andare dove? A fare cosa? E poi cosa c’entri, tu, con la marmitta di Bazzagli?”
“Io e Bazza siamo amici da piccoli, prof.”
“Embe’?”
Malomo si volse un po’ a sinistra, verso il terzo elemento della compagnia del chicchirichì.
“Oggi Conte ha scoperto chi è stato.” Disse.
“Embe’?”
“É un balordo qui di San Lazzaro… uno che conosciamo e sappiamo dove trovarlo.”
“Non mi dire! E voi volete fare giustizia con una lezione indimenticabile, se ho capito bene, vero?”
Ritrovando di botto il sorriso ebete di poco prima, Bazzagli si strinse nelle spalle, allargando le braccia a palmi aperti come per dire: “Be’… è ovvio, no?”, ma fu di nuovo Malomo a parlare anche per lui.
“Beeehhh, sa com’è, prof…” Disse, accennando per la prima volta un mezzo risolino.
“Eh, sì… – convenne questi affettatamente – lo so. Ma il regolamento d’istituto dice che si esce uno solo per volta, che non si può prima della terza ora, e che non si lascia la scuola… Quello di stato invece, che si chiama legge, dice che la giustizia è affar suo, e le faide sono proibite, perciò rilassatevi. Anzi, adesso tu ti sposti lì, e tu, Bazza, dall’altra parte.” Così dicendo, indicò loro i banchi alle estremità della prima fila: Malomo a destra della cattedra, e il compare a sinistra.
Questi ritrovò d’incanto la voce. “No, prof! Da solo?” Gemette.
“Sì Bazzagli, ma se fa buio accendiamo la luce… te lo prometto.”
Malomo, invece, pretendeva il diritto all’apartheid: “No, prof, mi dispiace, ma io in mezzo ai Marocchini non ci vado.” Dichiarò.
“Come hai detto? – Ribatté Battista a muso duro – Senti, non vorrei sporcarti la ‘fedina’ dal primo giorno con una nota per intemperanze razziali, ma hai un modo solo per evitarlo: conformarti senza discutere oltre, e chiedere scusa per quello che hai detto.”
Malomo esitò, combattuto fra un impulso di rabbia e un barlume di buon senso, ma infine obbedì, e l’amico lo imitò subito dopo.

Al termine dell’appello, risultò che Bazzagli, Malomo e Conte erano ripetenti della terza liceo dell’anno prima, la ragazza proveniva anch’essa da una terza, ma di un’altra scuola, e il resto della classe era l’assortimento multietnico degli alunni di varie seconde che avevano scelto di proseguire con la meccanica.
Gli stranieri stavano perlopiù a destra, la maggior parte degli Italiani a sinistra, e in centro, i colori si mescolavano come le acque di un fiume a quelle del mare nei pressi della foce.
Qui, in seconda fila dietro alla Fornaciari, sedeva Vivarelli, la “sentinella”: un tipo sveglio che ebbe l’incarico di disegnare la pianta della classe; durante le ore di sistemi, ci si sarebbe dovuti attenere sempre ad essa.

In attesa del lavoro di Vivarelli, i due insegnanti si dedicarono ad approfondire la conoscenza dei ragazzi. Mastroballante si aggirava fra i banchi soffermandosi qua e là a parlottare con loro, e intanto Battista li intratteneva dalla cattedra informandosi sui nomi, i luoghi di provenienza ed i precedenti.
Ne venne fuori un quadro preoccupante: riguardo al grado di preparazione generale, si addensavano seri dubbi su molti, e quanto alle attitudini, sembrava che qualche elemento non fosse affatto portato al rigore della scienza, ma peggio di tutto era la Babele linguistica, visto che almeno la metà degli stranieri era appena arrivata in Italia dai posti più strampalati del mondo, senza sapere una parola d’Italiano.
“E adesso come gliele racconto le espressioni logiche, a questi qui?” Si domandò Battista, costernato.
Ad ogni modo, dopo che Vivarelli gli ebbe consegnato la piantina iniziò a provarci, sfumando quasi inavvertibilmente dall’intrattenimento ai primi segreti dell’elettrotecnica.

Aveva appena cominciato, che la Fornaciari rientrò negli stessi panni in cui era uscita.
“Mi ha autorizzato il preside!” Proclamò sedendosi al suo posto con aria trionfante, in risposta a quella interrogativa di Battista.
Ma la replica, asciutta, non tardò più di un attimo: “Vagli a dire che qui ci sono io, e finché ci sono io, tu in classe, nuda, non entri… Adesso va’ a metterti un grembiule, o resta fuori fino alla fine delle mie ore. Sono stato chiaro?”
Di nuovo, lei fece per ribattere, ma poi ci rinunciò. si alzò lentamente, ed uscì.

Poco dopo, s’udì bussare leggermente alla porta, e all’invito di Battista ad entrare, la ragazza la socchiuse appena.
“Prof, le bidelle non ce l’hanno un grembiule per me… – Disse dallo spiraglio – Posso stare in classe così, per oggi?”
Le fu concesso un permesso straordinario, in cambio della promessa di un abbigliamento a venire più consono, poi l’ora si avviò al termine senza altri incidenti.

3. Sospensione per commenti e domande

FERNANDO

Bene. Mi sembra che la sbirciatina dietro il sipario abbia dato un’idea abbastanza chiara della recita in programma.
Il carattere intransigente e però umano di Battista, in perenne conflitto con la professionalità indolente e frivola di Mastroballante, e con una dirigenza preoccupata di tutto tranne che del rispetto per gli insegnanti.
La bellezza ribelle di Naomi, come molti adolescenti inconsapevole di tutto, tranne che degli infiniti suoi diritti, a cominciare da quello alla protezione comprensiva del sistema contro ogni tentativo di farle riconoscere anche qualche dovere.
L’analoga incoscienza al maschile di Malomo, Bazzagli e Conte, la cui indole violenta e razzista erompe sfrontatamente da sotto la maschera di ipocrita educazione formale della “buona” società di provenienza.
Gli ingredienti del romanzo e della contemporaneità più degradata ci sono quasi tutti.
Mancano ancora la prepotenza di quei genitori che del proprio ruolo nella società hanno mantenuto una concezione da adolescenti, e la rilassatezza di un potere che non esita a macchiarsi di gravi ingiustizie pur di non assumere posizioni di vera responsabilità, ma non tarderanno molto: nelle sue quasi 500 pagine, il libro dispenserà generosamente anche queste perle.

Ma oltre ad un’inquadratura sull’intera storia, il passo offre una prima risposta all’eterna domanda di chi nel libro riconosce l’autore: “… ma è autobiografico?”. Ne approfitto per farvi subito un cenno prima di proseguire con la lettura, poi ci tornerò sopra alla fine.
Ebbene: io sono ingegnere come il prof. Battista, ed ho anche insegnato proprio nella sua scuola, ma tre bulli e una ragazza spregiudicata non li ho mai avuti fra i miei alunni.
Per l’architettura generale della storia mi serviva una scuola, e ce ne ho messo una che conoscevo bene, inoltre mi servivano quei personaggi, e siccome purtroppo nella realtà della cronaca quotidiana abbondano, li ho presi in prestito da lì.
Quindi… ma come ho detto, tornerò sulla questione più avanti.
Adesso ascolterei volentieri qualche commento, oppure risponderei alle vostre domande, se ce n’è già qualcuna che aleggia nell’aria.

BREVE PAUSA PER INTERVENTI DEL PUBBLICO NON REGISTRATI

Bene, allora se non c’è altro andrei avanti con la lettura. Nello stesso primo giorno di lezione, in un’altra aula della scuola, conosceremo degli altri personaggi che nel romanzo hanno ruoli fondamentali.

4. Lettura secondo passo: “E il re degli Elfi quattro aule più in là”

PAOLA

E IL RE DEGLI ELFI QUATTRO AULE PIÙ IN LÀ

Le ampie finestre inquadravano un cielo buio e a tratti piovigginoso, che, nell’aula a luci spente, diventava una scura penombra in bianco e nero, in cui s’offuscava persino la costosa lucentezza ramata dei capelli della prof.
Lei parlava con tono piatto nel consueto silenzio educato della sua platea, sull’unico contrappunto occasionale del lieve tintinnio metallico che i pesanti braccialetti d’oro emettevano strisciando sulla cattedra, quando la sfiorava con i gesti pacati delle mani che sottolineavano le sue parole.
Il romanticismo tedesco non è certo l’argomento prediletto di un giovane del ventunesimo secolo, ma, ancora soggiogati dalla germanica fermezza dell’insegnante, i ragazzi l’ascoltavano in religioso silenzio.

“… Goethe è un poeta di immagini grandiose, ma, grazie ad una padronanza tecnica della lingua davvero straordinaria, anche di profonda armonia. Basti dire che talvolta riesce a rendere musicale persino il Tedesco, che, come sapete, gode di ben altra fama.
L’esempio classico e arcinoto è la bellissima poesia che trovate a pagina 312: ‘Il re degli Elfi’… Ascoltate, dunque.

Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?
Es ist der Vater, mit seinem Kind
Er hat den Knaben wohl in dem Arm.
Er faßt ihn sicher, er hält ihn warm.

Ecco, sentite con che fluidità descrive in poche parole la scena drammatica dell’uomo a cavallo nella notte ventosa, con che morbida malinconia ritma l’affanno del padre per la sua creatura in preda agli incubi della febbre, l’angoscia con cui cerca di proteggerla nel calore del proprio abbraccio?

Siehst, Vater, du den Erlkönig nicht!
Babbo, tu non vedi il re degli Elfi!
Geme il bambino.

Mein Sohn, es ist ein Nebelstreif
Figlio mio, è un velo di nebbia…
Lo rassicura il padre

Il bambino ha paura, il re degli Elfi lo chiama:
Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele spiel’ ich mit dir;
Vieni fanciullo caro, vieni con me!
Faremo tanti bei giochi insieme;

Sta delirando.
Sei ruhig, bleibe ruhig, mein Kind
In dürren Blättern säuselt der Wind
Non ti agitare, sta’ tranquillo, bimbo mio
È il vento che sibila tra le foglie secche

Il re degli Elfi brucia di passione:
Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;
Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt!
Ti amo, mi attrae la tua bella figura
E se tu non vuoi, userò la forza!

In controluce, i profili dei compagni sembravano ombre cinesi.
Alla sua destra, il bel volto attento di Riccardina era l’unico in piena luce, e l’unica cosa che valesse la pena di guardare… ma non poteva nemmeno restare a fissarla incantato come un mammalucco, perciò volse pigramente lo sguardo alla fila accanto, dove Mostafà Abid, tutto solo, disegnava due volti neri fusi in un bacio appassionato. Mostafà era l’unico straniero, in quarta AL.
Davide si allungò sulla sedia a braccia conserte, appoggiando i gomiti al banco verdolino; osservò la figura distrattamente, e si sorprese di accorgersi che l’immaginazione dell’amico vagheggiava l’altra metà del cielo esattamente come la sua.
Be’… certo che se l’aspettava, diamine! Ma quel disegno glielo confermava meglio di mille sagge parole.

La voce della prof cominciò ad allontanarsi come nel dormiveglia.
Gli sarebbe piaciuto andare in Marocco con Mostafà, a far visita ai suoi nonni rimasti là ad allevare maiali… No, non maiali, forse capre, perché i Musulmani non possono mangiare maiale… Ma poi cosa importa? Là dove lo aveva sospinto quella ninnananna, possono anche loro.
Non ricordava da quanto tempo nemmeno lui vedesse un maiale…
… Chissà com’era il Marocco…
… Ma che gliene fregava, a Mostafà, del re degli Elfi? …
… Maiali …
Un enorme suino lo scrutò a lungo negli occhi con le punte delle grandi orecchie che dondolavano all’ingiù, soffiandogli in faccia un alito pestilenziale, e intanto, la voce della Maurer sprofondava come in un’altra dimensione, confondendosi di là da una valle nascosta nella nebbia all’eco dei grugniti senza creanza dell’animale.


Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele spiel’ ich mit dir;

Poi, il muso del verro si dissolse nella bruma, lasciando lì gli occhietti di porco al viso imbellettato del re degli Elfi che reclamava per sé il pargolo.


Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;
Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt!

La morte piroettava ridendo intorno al galoppo notturno dell’uomo disperato che tentava di sottrarre il figlioletto alle sue mani ossute e fredde, ma queste lo ghermivano già forte, e, senza pietà, lo contendevano al padre.

“Lei che dorme! Sa dirmi di che cosa stiamo parlando?”
La voce della Maurer aveva attraversato di nuovo la valle, tornando a sovrastare i grugniti del re elfo, ma chissà, poi, con chi ce l’aveva?
“Davide!”
L’allarme di Riccardina, e ancor più la robusta gomitata nelle costole con cui la compagna di banco gliel’aveva bisbigliato, gli fecero capire che la prof l’aveva proprio con lui.
Si riscosse dalla sonnolenza tentando di raccogliere in fretta le idee.
“Dice a me?” Tergiversò, mostrandosi sorpreso.
“Certo che dico a Lei! Ne vede degli altri che dormono?”
Il suo libro era chiuso; lanciò un’occhiata a quello di Riccardina, aperto alla pagina giusta, e gli parve di capire che il verro che gli aveva grugnito in faccia nell’incubo doveva essere proprio il re pervertito anche alla luce del sole.
“… Del male!?” Buttò lì con un’inflessione che lasciava la porta aperta a tutte le correzioni necessarie.
La Maurer lo guardò interdetta: “Che cosa intende dire? La scena è quella di un padre a cavallo nella notte, in corsa per salvare il figlioletto moribondo… è la morte il male che ha in mente?”
Stella esitò.
“…Sssììì… anche… Il bambino muore… ed è male quando muore un bambino.” Disse.
“Non ho ancora letto questo verso… – Si stupì la prof – Conosce già la poesia?”
“No, lo sto leggendo adesso:
In seinen Armen das Kind war tot…
Fra le sue braccia, il bambino era morto.”
La Maurer si aggiustò sulla sedia.
“Vada a letto prima, la sera!” Consigliò.
Ma la fetente lussuria del maiale che lo aveva oppresso nel suo strano torpore angosciava ancora l’anima di Stella.
“E poi…” Cominciò, ma s’interruppe.
“Dica, dica pure, vuole aggiungere qualcosa?” Lo incoraggiò l’insegnante.
“…No, è che… Sì, anzi… E poi, ecco: io li odio, i pedofili.”
La Maurer lo guardò aggrottando la fronte sorpresa: lei non aveva mai parlato del re degli Elfi in quel modo.
“…Vada a letto prima, la sera. – Ribadì – Dormire le fa bene.”
Poi continuò la sua lezione.

5. Commenti e domande

FERNANDO

Un ambiente ben diverso dall’altro, vero? E meno male! Perché se no non ci sarebbe più speranza per il futuro… almeno per come la pensa Battista, che infatti, benché Davide e Riccardina non siano alunni suoi, diventa loro amico e mentore.
Mastroballante è più opportunista: per lui la vita è tutta mimetizzazione sullo sfondo del comune sentire per sopravvivere alla meglio senza dare nell’occhio, perciò non si sogna nemmeno di riprendere Bazzagli per i suoi chiccirchì, o Naomi per l’ombelico al vento, tutt’altro… ma lui è l’archetipo di chi rifugge le responsabilità, e dei tanti con cui Battista si deve confrontare, è anche fra i meno dannosi.
Battista invece si assume anche le responsabilità degli altri, crede in quello che fa, e a costo di esporsi a delle ritorsioni vuole svolgere fino in fondo il suo compito di educatore. La bellezza di Naomi turba anche lui, ma non per questo cambia opinione su un abbigliamento che giudica poco consono, ed anzi proprio per questo vuole che si copra.
È un po’ rigido e fuori moda, ma anche coerente ed onesto: il nemico peggiore, nella fattoria degli animali definitivamente votata al pensiero unico, e se ne accorgerà.

Quanto poi all’autobiografia, in questo passaggio sì che ho attinto a piene mani dal mio vissuto! Persino i nomi ho cambiato assai poco, e immagino che alcuni dei presenti si siano immedesimati nella scena come se l’avessero vissuta loro stessi, infatti io l’ho ripescata dai miei ricordi del liceo, e loro sono dei compagni di classe di allora.
I professori citati sono autentici, Davide e Riccardina pure, ed anche il brusco risveglio del ragazzo dal suo torpore lo è abbastanza… ma non lo è tutto ciò che riguarda Mostafà.
Mostafà non c’era in classe con noi, invece nel libro c’è, ed è anche lui un personaggio chiave della storia. E allora?
Allora mi servivano un ragazzo ed una ragazza puliti, intelligenti e innamorati senza saperlo, nonché la vittima designata dei bulli, e poiché in quel lontano ricordo c’era quasi tutto nella giusta atmosfera, l’ho adattato per farlo entrare nel racconto.

Voglio dire che non necessariamente il ricorso alla propria memoria è autobiografia.

Per scrivere è quasi impossibile non farlo, anche se ricordo un bellissimo racconto di Kafka dove un tizio diventa scarafaggio, e sono sicuro che a lui non è mai capitato. Ma questa è una trovata di genio puro che per tutto il resto non vale.
Kafka stesso ebbe a dire che “scrivere è comporre… “ e io condivido in pieno.
Comporre come quando si progetta: ogni cattedrale è un’opera unica della creatività, ma se l’ingegnere dovesse reinventare ogni volta colonne, capitelli, cupole, bifore, rosoni e draghi andremmo ancora a pregare nelle foreste di faggi, invece semplicemente li importa dall’esperienza.

Dunque, no: “Il professor Battista” non è un’autobiografia, è una voce che grida nel deserto come quella dell’antico eremita col suo stesso nome.

Grida perché nel mondo la parola “giustizia” è ancora pastura per i pesci, ma finché qualcuno che s’è liberato dell’amo getta scompiglio gridando l’inganno, molti altri si salveranno, e forse alla fine sarà il trionfo della verità.

BREVE PAUSA PER OSSERVAZIONI E COMMENTI DEL PUBBLICO

6. Informazioni editoriali e per gli acquisti

FERNANDO

Bene, mi avvio alla conclusione con la speranza di essere stato convincente.
Devo ancora aggiungere i riconoscimenti che ho promesso all’inizio.
Intanto i pareri di chi ha letto il libro sono buoni, e come ho già detto questo stesso evento lo prova, ma c’è di più.
Appena uscito, ha ricevuto ben sei proposte di pubblicazione con schede di valutazione talora addirittura entusiastiche. Mauro Limiti, di Progetto Cultura, s’è spinto a definirlo: “la dettagliata sceneggiatura di un serial televisivo dal contenuto ben più elevato di quelli che ci propina la nostra TV!”. Nel 2017 Il professor Battista è arrivato in finale al concorso letterario “Mangiaparole”, di conseguenza mi sono convinto che merita un grande pubblico, e poiché le case editrici che s’erano proposte non garantiscono un’adeguata distribuzione, ho sottoscritto un contratto per la sola versione digitale con la casa editrice Libriinmente, che lo ha trovato “molto interessante”, e ora lo pubblica in questo formato. Per il cartaceo, invece, attendo le “avances” di un grande editore, e nel frattempo provvedo da me su alcune piattaforme di self publishing, che almeno, a parità di vendite, pongono meno vincoli e consentono più guadagni di un partner inadeguato.

Quanto all’offerta commerciale, oltre all’edizione digitale attualmente ne sono disponibile tre su carta: una a copertina rigida, uscita per prima e piuttosto costosa, e due più economiche pubblicate successivamente. Queste, in brossura, sono identiche, ma di prezzo diverso, forse a causa di tempi di consegna notevolmente più lunghi per quella che costa di meno.
Tutte le versioni sono prenotabili nelle librerie fisiche e facilmente rintracciabili, nonché acquistabili, in quelle online digitando il titolo ed eventualmente il mio nome nel motore di ricerca.
Io ne ho acquistate alcune copie per questo evento, in modo che possiate comprarle senza problemi di sorta mentre vi infilate i cappotti… ma sono poche.

Grazie di nuovo e buona serata a tutti.

POLITICA CREATIVA: FAKE NEWS E VIN DONNINO

Qualche tempo fa, in una popolare trasmissione televisiva, forse Uno Mattina o Storie Italiane, un noto urologo andò a concionare di “andropausa” come di una sindrome maschile assolutamente analoga alla menopausa, ed altrettanto reale nonché ineluttabile, e per dare maggior forza a quanto diceva, ne sciorinò dei sintomi identici a quelli femminili, come vampate di calore, sudorazioni e tremori, a cui a suo dire sarebbero soggetti anche i maschi con l’avanzare dell’età.

Ieri, a Uno Mattina, un altro urologo, altrettanto noto, pur senza fare riferimento al collega lo ha sconfessato clamorosamente, affermando senza mezzi termini che l’andropausa non esiste.

A quale dei due noti urologi credere?

Nella mia ormai lunga esistenza, a me la cultura spicciola della famiglia e del popolo ha sempre raccontato la seconda versione, e solo l’inasprirsi del dibattito di genere, da un certo punto in poi le ha affiancato la prima, tentando di imporla.
Da ingegnere quale sono, a parità di autorevolezza delle fonti io mi attengo ai fatti, e poiché non ho mai riscontrato nei miei amici alcuno dei famigerati sintomi anzidetti, mentre viceversa mi risultano noti a tutti diversi casi di paternità ottuagenaria, continuo a credere che l’andropausa non esista.

Ma la questione va ben oltre le convinzioni del sottoscritto.

Affermare l’esistenza dell’andropausa, infatti, equivale a negare “tout curt” quella di alcune differenze biologiche fondamentali fra uomo e donna, e quindi a privare di ogni fondamento naturale certi usi, come le unioni con forti differenze di età a favore degli uomini, e correlate asimmetrie di comportamento sessuale, che invece traggono origine proprio dalle dette differenze.
A chi tali comportamenti non piacciono, ciò offre un pretesto per tacciarli di “storica sopraffazione”. Al contrario, essi nacquero per accettazione condivisa delle proprie diversità, ma il presunto sopruso pretende una severa condanna morale, e per la follia femminista non c’è nulla di meglio, da aggiungere alle mille altre accuse agitate ogni giorno contro l’intero universo maschile nella guerra senza fine né esclusione di colpi che gli ha dichiarato.
Dunque, a prescindere dalla buona fede di chi la studia, l’andropausa può contribuire all’apparato ideologico di una guerra delirante perché intestina all’umanità e fondata su falsi pregiudizi, c’è quindi un’ottima ragione in più per trattarla con il dovuto rigore scientifico senza lasciarsi fuorviare dalle attese del facile consenso.

“Emarginazione”, tanto per fare il primo esempio di falsi pregiudizi che mi viene in mente… Ma chi, la Regina di Saba? Cleopatra? Teodora di Bisanzio? Isabella di Castiglia? Giovanna d’Arco? Elisabetta d’Inghilterra?
Le donne non hanno bisogno di quote rosa per fare i ministri, perché ci arrivano benissimo da sole e non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno.
I ruoli del passato che con gli occhi di oggi vengono presentati come marginali e frutto di oppressione maschile, erano in realtà consensuale adeguamento alle condizioni del tempo: ben difficilmente le madri preistoriche avrebbero potuto allattare andando a caccia, e l’odierno ritardo sui loro uomini nell’ottenere moderni riconoscimenti come il diritto di voto, su scala storica è irrisorio, oltre che logica conseguenza della dinamica degli eventi. Ma appena le condizioni socio-ambientali si sono evolute, la loro conquista del palcoscenico non si è fatta attendere un giorno di più, se è vero che nei ranghi dell’istruzione le donne superano il settanta per cento da gran tempo, e sono ormai prossime alle stesse quote in altri importanti campi come la sanità.
…Pare che nutrano minore interesse solo per la manovra di schiacciasassi e martelli pneumatici nei lavori stradali di ferragosto…

Eppure, finché noti antropologi continueranno a narrare la storia delle società umane come se ai primordi già ci fossero latte in polvere ed asili nido, l’inserimento della donna ai vertici del potere esterni alla famiglia continuerà ad apparire, ai poveri di spirito, un altro capitolo di feroce sopraffazione maschile.

È delle fake news di noti urologi, antropologi, religiosi, politici ed imbecilli del pari, che si alimentano la schizofrenia contemporanea e la pesante sbornia di “donnismo” che opprime l’Occidente dal crepuscolo del secondo millennio in poi.
E l’elenco di pretestuose quanto astiose querimonie anti maschili è una sfilza infinita. Forse ne affronterò singolarmente qualcuna, come oggi, quando se ne presenterà l’occasione, a cominciare dall’odiosa rappresentazione che i media fanno praticamente di tutti i maschi come di altrettanti orchi assassini di femmine; ora però preferisco utilizzare il poco tempo che mi separa da un buon sonno ristoratore per tentare di giungere ad una conclusione.

La società odierna è in preda ad una sbronza epocale di Vin Donnino: il vino allucinogeno che fa scambiare le lucciole per lanterne, e durante i TG fa pronunciare cinquecento volte la parola “donna” associata a tutto il bene del mondo, e di quando in quando la parola “uomo” se occorre un sinonimo di stupratore, assassino, orco e via dicendo.

E sì che Noi Uomini accettiamo senza lamentarci una decina d’anni in meno di aspettativa di vita, per amore delle meravigliose creature che ci allietano la vita!

Il Vin Donnino produce assuefazione, di modo che, per pagarsi le due o tre bottiglie al giorno di cui hanno bisogno, gli spacciatori più attivi sono proprio gli ubriaconi più incalliti, spesso politici e giornalisti della TV.
Ma ciò allarga l’epidemia a macchia d’olio, nonché il fossato che di per sé divide le due metà del cielo fin dalle origini, perciò, di questo passo, presto non sarà più possibile gettare ponti fra le due sponde.

Occorre allora fermare urgentemente gli untori: mettiamo il bavaglio ai noti urologi, antropologi, religiosi, e politici che si prestano a spargere autorevoli fake news per piaggeria ideologica, o l’umanità intera perirà.

LETTERA APERTA A RAY KURZWEIL, “FUTUROLOGO” DI GOOGLE

Dear Mr. Kurzweil,
I have just read an article about you on the news’ app of my smartphone, getting excited for your vision of the world and future, which covers even the research for immortality.
The piece reminded me some verses from Goethe’s Faust which may be you know well:
“Werd’ich zum Augenblicke sagen:
verweile doch! Du bist so schön!
Dann kannst du mich in Fesseln schlagen
Dann werd’ich gern zu Grunde gehen!”
The impression is that they fit well your personality, and perhaps mine too.

I absolutely agree with your idea of an exponential trend of the progress, as well as with the optimistic fear, or prudent optimism if preferred, concerning the Artificial Intelligence; after all, it could allow us to increase our same intelligence sooner or later. It’s thrilling the wait for when it will be possible to navigate through the whole known world in a virtual trip totally indistinguishable from a real one.
To the same extent, I share your confidence that within few decades the medical science will overcome almost all diseases, and think therefore with hope to the day when cellular size “nanorobots” will be able to reach every site in the body, reprogram cells, regenerate tissues, and so reverse even my incipient blindness.

Despite some regret for my age perhaps too advanced, this semi omnipotent technology leads me also to consider immortality as a possible option, instead as the inevitable dark fate of all.
However, though body regeneration and virtual reality are the first steps to this goal, in my opinion there is also need for another one. Our bodies are not made for eternity in fact: most of their functions are useless in such an infinite life, and “virtually” we can certainly experience all the known world, but hardly beyond: “mass” is the insuperable obstacle which prevents it.

Yet, introducing the complex numbers in the description of a mass, that is an imaginary component aside the common real one, would lead to a wider dimension of what is “true”, which seems to me strictly linked to the oneiric experience. While in this state, in fact, apparently consciousness exists without the need of a material body. Its own one is not present in the “sites” which it reaches or navigates through, nor things which it gets in contact with appear to have a “real” body, at least in terms of a stable shape; finally, but not for importance, often what consciousness perceives – like for example flying freely in the air – does not belong to the ordinary experience of its body, either mental or sensorial, and cannot therefore be produced by the brain. On the other hand, it is often impossible to discriminate whether a certain fact happened dreaming or awake, and as this distinction is itself definition of what is true, it is also wrong considering the oneiric state of consciousness nothing more than a sort of pleasant side effect of the material body, on the contrary, its “world”, offering a much wider spectrum of experiences, should be regarded as the full domain of existence, with effects on the reality completely unexplored. The problem is how to control it voluntarily.

Nothing new: similar thoughts already occurred in much greater minds than mine since the classic Greek antiquity. The only difference is that in the meanwhile Einstein wrote his theory of relativity, and now the artificial intelligence is exploding.
The equations of the said theory describe the mass as a property of things which increases with their speed up to infinite at the speed of light, and becomes imaginary beyond. This let many people consider impossible the inter stellar navigation, ranging the distances from four light years to billions. However, the same theory does not deprive of meaning an imaginary mass, and thus does not exclude the possibility of hyper luminal speeds; on the contrary, it depicts the world a traveller would encounter in such a trip very similar to, if not coincident with that of the oneiric state of consciousness, which allows even going up and down through time.

The daily alternation of dreamy and awake states of consciousness gives me the impression of a window opened on this landscape; the essentially vacuum-structured nature of the universe lets me think of it as an architecture of forces which give shape to the energy by moving small droplets of it according to an inscrutable design. So, the full domain of existence, or the consciousness’ world, seems to me much like a psychic dimension, potentially “all inclusive”, where different levels of imagination can create the realities they want like different videos on a screen.
This is a much more complex world than that ordinarily known, but its properties are better suited to immortality than those of the latter, as a portal between the two sides of existence could open the way to infinite experience too.

I like the idea that the next step of science will be the discovery of this portal which, in a SF book I am presently writing, is based on a way to unfasten the above said forces, that is the links between particles.
Preserving in this process the full information about the related architecture, it is possible to drive the resulting record wherever desired at the necessary speed, and then reproduce the original solid building once on site. This would give round trip access to the said psychic realm, and hence a deeper sense to immortality.

I find exciting your work and envy a bit the way you can do it: in permanent dialogue with beautiful minds which inspire and encourage.
On my side, instead, I am a bit demotivated and though determined to bring to a plausible conclusion the ideas described above, proceed slowly with the book.
The reason is that, other than in your fervent California, here in Italy even the best projects can be left dying in the indifference if they are disliked by someone of power.
Many years ago it happened to me as an engineer in the aero-space field, it happened again later, I denounced it in two books, but nothing changed.

Be happy of yourself and your Country.

Greetings

Fernando De Benedictis

E IL RE DEGLI ELFI QUATTRO AULE PIÙ IN LÀ

Inizio d’anno in quarta AL

—–ooo—–

Quella stessa mattina, in altre parti della scuola, fra insegnanti diversi e diversi alunni, le cose andavano in modo molto diverso.
Al liceo, per esempio, in quarta AL, la Maurer, dopo aver inebriato gli ex compagni di classe del trio chicchirichì col suo avvolgente profumo, stava già tentando di intontirli del tutto anche con la sua smodata passione per il romanticismo tedesco e Johan Wolfgang von Goethe.
Teutonica non solo nel nome, la prof di Tedesco non amava sprecare neppure un minuto, inoltre conosceva già bene tutti i suoi studenti, perciò era partita al gran galoppo.
Aveva rilevato quella classe in terza, dopo che il professor Torrazza era andato in pensione, e benché il suo distaccato fare prussiano non riuscisse ancora a farsi amare come l’eclettica estemporaneità del mitico Anselmo, lei ci si trovava proprio bene.
Tormentata dall’esame di maturità fin dalla terza, preferiva andare dritto al cuore della lingua e della cultura germanica, invece di avventurarsi nei “viaggi” del predecessore dal Russo al Tedesco, attraverso il Latino, che lo avevano reso tanto popolare.
Lui partiva magari da “Umiliati e offesi”, e strabiliava l’uditorio saltellando fra le trasformazioni locali del titolo degli imperatori, che nella lingua di Dostojevsky approda al nome Fyodor dello scrittore dal Caesar romano, e finisce per diventare Kaiser in quella di Goethe; lei, invece, preferiva attenersi scrupolosamente ai testi, riempiendo di compiti a casa e dando del Lei a tutti come si fa in Germania. Così, la professoressa era rispettata e temuta come una cancelliera federale, di conseguenza i ragazzi la sentivano sempre altrettanto lontana e fredda.
Tuttavia, sul piano del profitto loro avevano risposto in maniera eccellente alla sua rivoluzione, e ad eccezione della banda dei tre, anche il comportamento era gradevole, perciò, ora che la quarta AL s’era sbarazzata dei rompiscatole, Gertrud Maurer ci si trovava bene, e poteva mantenere senza difficoltà il passo di marcia sostenuto che preferiva.
Ecco com’era riuscita a sprofondare la classe nel romanticismo tedesco fin dal primo giorno di lezione, per giunta in quarta, cioè un anno prima del ruolino ministeriale.

Le ampie finestre inquadravano un cielo buio e a tratti piovigginoso, che, nell’aula a luci spente, diventava una scura penombra in bianco e nero, in cui s’offuscava persino la costosa lucentezza ramata dei capelli della prof.
Lei parlava con tono piatto nel consueto silenzio educato della sua platea, sull’unico contrappunto occasionale del lieve tintinnio metallico che i pesanti braccialetti d’oro emettevano strisciando sulla cattedra, quando la sfiorava con i gesti pacati delle mani che sottolineavano le sue parole.
Il romanticismo tedesco non è certo l’argomento prediletto di un giovane del ventunesimo secolo, ma, ancora soggiogati dalla germanica fermezza dell’insegnante, i ragazzi l’ascoltavano in religioso silenzio.

“… Goethe è un poeta di immagini grandiose, ma, grazie ad una padronanza tecnica della lingua davvero straordinaria, anche di profonda armonia. Basti dire che talvolta riesce a rendere musicale persino il Tedesco, che, come sapete, gode di ben altra fama.
L’esempio classico e arcinoto è la bellissima poesia che trovate a pagina 312: ‘Il re degli Elfi’… Ascoltate, dunque.
Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?
Es ist der Vater, mit seinem Kind
Er hat den Knaben wohl in dem Arm.
Er faßt ihn sicher, er hält ihn warm.

Ecco, sentite con che fluidità descrive in poche parole la scena drammatica dell’uomo a cavallo nella notte ventosa, con che morbida malinconia ritma l’affanno del padre per la sua creatura in preda agli incubi della febbre, l’angoscia con cui cerca di proteggerla nel calore del proprio abbraccio?
….
Siehst, Vater, du den Erlkönig nicht!
Babbo, tu non vedi il re degli Elfi!
Geme il bambino.

Mein Sohn, es ist ein Nebelstreif
Figlio mio, è un velo di nebbia…
Lo rassicura il padre

Il bambino ha paura, il re degli Elfi lo chiama:
Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele spiel’ ich mit dir;
Vieni fanciullo caro, vieni con me!
Faremo tanti bei giochi insieme;

Sta delirando.
Sei ruhig, bleibe ruhig, mein Kind
In dürren Blättern säuselt der Wind
Non ti agitare, sta’ tranquillo, bimbo mio
È il vento che sibila tra le foglie secche

Il re degli Elfi brucia di passione:
Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;
Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt!
Ti amo, mi attrae la tua bella figura
E se tu non vuoi, userò la forza!
…”

In controluce, i profili dei compagni sembravano ombre cinesi.
Alla sua destra, il bel volto attento di Riccardina era l’unico in piena luce, e l’unica cosa che valesse la pena di guardare… ma non poteva nemmeno restare a fissarla incantato come un mammalucco, perciò volse pigramente lo sguardo alla fila accanto, dove Mostafà Abid, tutto solo, disegnava due volti neri fusi in un bacio appassionato. Mostafà era l’unico straniero, in quarta AL.
Davide si allungò sulla sedia a braccia conserte, appoggiando i gomiti al banco verdolino; osservò la figura distrattamente, e si sorprese di accorgersi che l’immaginazione dell’amico vagheggiava l’altra metà del cielo esattamente come la sua.
Be’… certo che se l’aspettava, diamine! Ma quel disegno glielo confermava meglio di mille sagge parole.

La voce della prof cominciò ad allontanarsi come nel dormiveglia.
Gli sarebbe piaciuto andare in Marocco con Mostafà, a far visita ai suoi nonni rimasti là ad allevare maiali… No, non maiali, forse capre, perché i Musulmani non possono mangiare maiale… Ma poi cosa importa? Là dove lo aveva sospinto quella ninnananna, possono anche loro.
Non ricordava da quanto tempo nemmeno lui vedesse un maiale…
… Chissà com’era il Marocco…
… Ma che gliene fregava, a Mostafà, del re degli Elfi? …
… Maiali …
Un enorme suino lo scrutò a lungo negli occhi con le punte delle grandi orecchie che dondolavano all’ingiù, soffiandogli in faccia un alito pestilenziale, e intanto, la voce della Maurer sprofondava come in un’altra dimensione, confondendosi di là da una valle nascosta nella nebbia all’eco dei grugniti senza creanza dell’animale.

“…
Du liebes Kind, komm, geh mit mir!
Gar schöne Spiele spiel’ ich mit dir;
…”

Poi, il muso del verro si dissolse nella bruma, lasciando lì gli occhietti di porco al viso imbellettato del re degli Elfi che reclamava per sé il pargolo.

“…
Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;
Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt!
…”

La morte piroettava ridendo intorno al galoppo notturno dell’uomo disperato che tentava di sottrarre il figlioletto alle sue mani ossute e fredde, ma queste lo ghermivano già forte, e, senza pietà, lo contendevano al padre.

“Lei che dorme! Sa dirmi di che cosa stiamo parlando?”
La voce della Maurer aveva attraversato di nuovo la valle, tornando a sovrastare i grugniti del re elfo, ma chissà, poi, con chi ce l’aveva?
“Davide!”
L’allarme di Riccardina, e ancor più la robusta gomitata nelle costole con cui la compagna di banco gliel’aveva bisbigliato, gli fecero capire che la prof l’aveva proprio con lui.
Si riscosse dalla sonnolenza tentando di raccogliere in fretta le idee.
“Dice a me?” Tergiversò, mostrandosi sorpreso.
“Certo che dico a Lei! Ne vede degli altri che dormono?”
Il suo libro era chiuso; lanciò un’occhiata a quello di Riccardina, aperto alla pagina giusta, e gli parve di capire che il verro che gli aveva grugnito in faccia nell’incubo doveva essere proprio il re pervertito anche alla luce del sole.
“… Del male!?” Buttò lì con un’inflessione che lasciava la porta aperta a tutte le correzioni necessarie.
La Maurer lo guardò interdetta: “Che cosa intende dire? La scena è quella di un padre a cavallo nella notte, in corsa per salvare il figlioletto moribondo… è la morte il male che ha in mente?”
Stella esitò.
“…Sssììì… anche… Il bambino muore… ed è male quando muore un bambino.” Disse.
“Non ho ancora letto questo verso… – Si stupì la prof – Conosce già la poesia?”
“No, lo sto leggendo adesso:
In seinen Armen das Kind war tot…
Fra le sue braccia, il bambino era morto.”
La Maurer si aggiustò sulla sedia.
“Vada a letto prima, la sera!” Consigliò.
Ma la fetente lussuria del maiale che lo aveva oppresso nel suo strano torpore angosciava ancora l’anima di Stella.
“E poi…” Cominciò, ma s’interruppe.
“Dica, dica pure, vuole aggiungere qualcosa?” Lo incoraggiò l’insegnante.
“…No, è che… Sì, anzi… E poi, ecco: io li odio, i pedofili.”
La Maurer lo guardò aggrottando la fronte sorpresa: lei non aveva mai parlato del re degli Elfi in quel modo.
“…Vada a letto prima, la sera. – Ribadì – Dormire le fa bene.”
Poi continuò la sua lezione.

—–ooo—–

“Il professor Battista” e-book: http://www.librinmente.it/home/58-il-professor-battista-9788894995616.html

“Il professor Battista” edizione cartacea: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/388270/il-professor-battista/ 

La marmitta ed il grembiule

Scegliendo i libri dall’armadietto, Battista rammentò con piacere le immersioni nelle acque limpide del Giglio e i dolci tramonti di Campese.
Da quella spiaggetta al centro del piccolo golfo, che ogni sera sta in prima fila davanti alla lenta discesa del sole negli abissi, gli piaceva assistere allo spettacolo in solitudine, richiamando sul magico sfondo, con generose manciate di pane secco, le vorticose frenesie di gabbiani che tanto amava.
Ma quello era il primo giorno di lezione, che per Battista segnava da sempre il vero inizio dell’anno scolastico; per giunta, il cielo era scuro e minaccioso, perciò la memoria, ormai, stava già sfumando il bel ricordo nei toni del passato.

“Ciao, prufessò! Si ricomincia, eh?” Disse Mastroballante alle sue spalle. Lui si voltò sfogliando il testo del corso fra le mani.
“Ciao Mastro, ti sei saziato, di tarantelle, quest’estate?”
“Eccome no! – Esclamò l’altro con un saltello e una mezza riverenza – Tarantella, pizzica… di tutto. Pure ieri sera.”
Battista osservò l’insolita posa: “É il ballo di Pulcinella, la pizzica?” Domandò, con un interesse esagerato.
“Ma qua’ Pulcinella! Ci stanno un sacco di ragazze, dovresti venire pure tu qualche volta.”
“Sono sposato, Mastro, e pigro come un gatto, lo sai… – Rispose – Ma parliamo di cose serie piuttosto: allora quest’anno me la dai, una mano, o no?”
“Eeehhh, sì… te l’ho detto: mo che Cattani mi da una traccia…”
“Va bene, ma intanto vedi se riesci a farmi almeno il foglio elettronico, prima che finisca di nuovo l’anno… Guarda qua: sono appena una trentina di pagine; io inizio con la teoria per almeno quattro o cinque settimane, così hai tutto il tempo per dargli un’occhiata, poi tu fai due o tre lezioni su Excel dopo la prima verifica, in modo che io possa preparare i passi successivi con un po’ di respiro… Te la senti?”
Mastroballante scosse la testa a labbra strette, in un gesto di assenso che voleva mettere ben in chiaro il pesante sforzo dell’impegno, dopo di che si avviarono entrambi verso la terza B2.

La sentinella sull’uscio si precipitò in aula appena li vide svoltare intorno al pilastro delle scale, e subito, da dentro si levò un potente “chicchirichììììì!!!”, che, come la prima volta, risuonò beffardo in tutta la scuola.
Mastro abbozzò un risolino divertito, Battista si augurò che quell’imbecille non fosse toccato proprio a lui.
Giunto in aula, invece, si rese conto che la realtà era ben peggio, secondo il suo modo di vedere, infatti, li aveva tutti e tre gli incursori del collegio, e con la ragazza, il poker d’assi si chiudeva.
La fila davanti era semivuota. Nel banco proprio di fronte alla cattedra, lei, a gambe accavallate nell’inutile minigonna, esibiva lo Swarowsky nell’ombelico, e come non bastasse, metteva in bella mostra tutto ciò che, ai tempi del professore, il costume più audace avrebbe rimandato al sospirato mistero dell’intimità, mentre ora ammetteva il più morigerato – in nome dell’emancipazione – forse persino in chiesa.
Seguivano due file e mezza di volti maschili ancora sconosciuti che lo guardavano curiosi, e infine, annidati in fondo a sinistra, i tre del karatè o, se si preferisce, del chicchirichì.
Il più piccolo stava proprio nell’angolo, con un sorrisetto provocatorio, acquattato sul banco come per nascondersi meglio dietro a quelli intorno; il karateka, cupo in viso, lo copriva a sinistra con la sua stazza poderosa, e il terzo sedeva composto nella colonna accanto, vicino ad un ragazzo mai visto dall’espressione attenta.
I professori salutarono e si presentarono, poi Battista iniziò l’appello.
Giunto a Malomo, l’esperto di arti marziali si alzò, e accennando al compagno di banco, disse: “Sono io prof… Adesso che ci ha chiamato, possiamo uscire, io e Bazza?”
Nel sollevare lo sguardo dal registro, l’insegnante non poté evitare di scorrere dai tacchi ai capelli il quadro sensuale in primo piano davanti ai suoi occhi, e benché involontario, un brivido gli percorse la schiena.
Cercò il nome della ragazza nell’elenco, e, fra lo stupore generale, ordinò: “Naomi, vai a farti prestare un grembiule dalle bidelle.”
Lei parve trasecolare. “Ma… prof!!!” Protestò.
“Cosa c’è?”
“Scherza, vero?”
“Neanche per sogno, dico sul serio. Vai a farti dare un grembiule dalle bidelle e indossalo.”
“Ma non lo fa nessuno, prof! Non può mica costringermi lei a portare il grembiule!!!”
“No, ma a vestirti sì. Quando ci sono io, in classe vieni vestita, se no puoi stare anche nuda, però fuori; scegli tu.”
La ragazza pestò un piede con un gesto di stizza.
“Ma non è giusto! – Ribatté – Lei non può imporre come ci dobbiamo vestire… e se mi costringe, io vado a dirlo al preside.”
“Dillo a chi vuoi: ne hai diritto. Quanto a cosa sia giusto o no, avremo tempo di chiarirci meglio; intanto, però, qui comando io, signorina Fornaciari, perciò adesso piantala di fare storie, e vai.”
Lei fece per dire ancora qualcosa, ma poi obbedì di malumore, borbottando minacciose proteste senza preoccuparsi di non essere udita.
Terminato l’intermezzo, Malomo alzò la mano prima che Battista proseguisse l’appello dimenticandosi di lui, e allo sguardo interrogativo che ne seguì, fece di nuovo la sua richiesta: “Allora prof, adesso possiamo uscire, io e Bazza?”
Il professore scrutò lo sguardo buio del ragazzo, esibendo del suo un sorriso appena accennato.
“Siete siamesi voi due, che dovete uscire insieme?” Domandò.
“No prof, siamo Italiani, noi.”
Il sorrisetto di Battista si allargò in modo impercettibile; alcuni degli Italiani risero sarcasticamente.
“Intendevo dire ‘gemelli siamesi’: quelli che hanno qualche parte del corpo in comune, e devono fare tutto insieme perché non si possono staccare.”
“Ah, scusi, prof, ha ragione… Possiamo uscire, allora?”
“Non mi hai risposto… di che strana forma d’incontinenza sincronizzata soffrite, da dover andare a far pipì insieme, senza poter nemmeno aspettare l’appello della prima ora?”
“Ma no, prof, non è per andare in bagno.”
“E allora per cosa?”
“Maaahhh, ecco… Hanno rubato la marmitta di Bazza.”
“O bella, e quando, che siete appena entrati?”
“Ieri, prof.”
“Scusa, sai, ma mi devi spiegare, perché da solo non ci arrivo. Ieri hanno rubato la marmitta di Bazzagli, e oggi tu e lui volete uscire insieme… Per andare dove? A fare cosa? E poi cosa c’entri, tu, con la marmitta di Bazzagli?”
“Io e Bazza siamo amici da piccoli, prof.”
“Embe’?”
Malomo si volse un po’ a sinistra, verso il terzo elemento della compagnia del chicchirichì.
“Oggi Conte ha scoperto chi è stato.” Disse.
“Embe’?”
“É un balordo qui di San Lazzaro… uno che conosciamo e sappiamo dove trovarlo.”
“Non mi dire! E voi volete fare giustizia con una lezione indimenticabile, se ho capito bene, vero?”
Ritrovando di botto il sorriso ebete di poco prima, Bazzagli si strinse nelle spalle, allargando le braccia a palmi aperti come per dire: “Be’… è ovvio, no?”, ma fu di nuovo Malomo a parlare anche per lui.
“Beeehhh, sa com’è, prof…” Disse, accennando per la prima volta un mezzo risolino.
“Eh, sì… – convenne questi affettatamente – lo so. Ma il regolamento d’istituto dice che si esce uno solo per volta, che non si può prima della terza ora, e che non si lascia la scuola… Quello di stato invece, che si chiama legge, dice che la giustizia è affar suo, e le faide sono proibite, perciò rilassatevi. Anzi, adesso tu ti sposti lì, e tu, Bazza, dall’altra parte.” Così dicendo, indicò loro i banchi alle estremità della prima fila: Malomo a destra della cattedra, e il compare a sinistra.
Questi ritrovò d’incanto la voce. “No, prof! Da solo?” Gemette.
“Sì Bazzagli, ma se fa buio accendiamo la luce… te lo prometto.”
Malomo, invece, pretendeva il diritto all’apartheid: “No, prof, mi dispiace, ma io in mezzo ai Marocchini non ci vado.” Dichiarò.
“Come hai detto? – Ribatté Battista a muso duro – Senti, non vorrei sporcarti la ‘fedina’ dal primo giorno con una nota per intemperanze razziali, ma hai un modo solo per evitarlo: conformarti senza discutere oltre, e chiedere scusa per quello che hai detto.”
Malomo esitò, combattuto fra un impulso di rabbia e un barlume di buon senso, ma infine obbedì, e l’amico lo imitò subito dopo.

Al termine dell’appello, risultò che Bazzagli, Malomo e Conte erano ripetenti della terza liceo dell’anno prima, la ragazza proveniva anch’essa da una terza, ma di un’altra scuola, e il resto della classe era l’assortimento multietnico degli alunni di varie seconde che avevano scelto di proseguire con la meccanica.
Gli stranieri stavano perlopiù a destra, la maggior parte degli Italiani a sinistra, e in centro, i colori si mescolavano come le acque di un fiume a quelle del mare nei pressi della foce.
Qui, in seconda fila dietro alla Fornaciari, sedeva Vivarelli, la “sentinella”: un tipo sveglio che ebbe l’incarico di disegnare la pianta della classe; durante le ore di sistemi, ci si sarebbe dovuti attenere sempre ad essa.

In attesa del lavoro di Vivarelli, i due insegnanti si dedicarono ad approfondire la conoscenza dei ragazzi. Mastroballante si aggirava fra i banchi soffermandosi qua e là a parlottare con loro, e intanto Battista li intratteneva dalla cattedra informandosi sui nomi, i luoghi di provenienza ed i precedenti.
Ne venne fuori un quadro preoccupante: riguardo al grado di preparazione generale, si addensavano seri dubbi su molti, e quanto alle attitudini, sembrava che qualche elemento non fosse affatto portato al rigore della scienza, ma peggio di tutto era la Babele linguistica, visto che almeno la metà degli stranieri era appena arrivata in Italia dai posti più strampalati del mondo, senza sapere una parola d’Italiano.
“E adesso come gliele racconto le espressioni logiche, a questi qui?” Si domandò Battista, costernato.
Ad ogni modo, dopo che Vivarelli gli ebbe consegnato la piantina iniziò a provarci, sfumando quasi inavvertibilmente dall’intrattenimento ai primi segreti dell’elettrotecnica.

Aveva appena cominciato, che la Fornaciari rientrò negli stessi panni in cui era uscita.
“Mi ha autorizzato il preside!” Proclamò sedendosi al suo posto con aria trionfante, in risposta a quella interrogativa di Battista.
Ma la replica, asciutta, non tardò più di un attimo: “Vagli a dire che qui ci sono io, e finché ci sono io, tu in classe, nuda, non entri… Adesso va’ a metterti un grembiule, o resta fuori fino alla fine delle mie ore. Sono stato chiaro?”
Di nuovo, lei fece per ribattere, ma poi ci rinunciò. si alzò lentamente, ed uscì.

Poco dopo, s’udì bussare leggermente alla porta, e all’invito di Battista ad entrare, la ragazza la socchiuse appena.
“Prof, le bidelle non ce l’hanno un grembiule per me… – Disse dallo spiraglio – Posso stare in classe così, per oggi?”
Le fu concesso un permesso straordinario, in cambio della promessa di un abbigliamento a venire più consono, poi l’ora si avviò al termine senza altri incidenti.

“Il professor Battista” e-book: http://www.librinmente.it/home/58-il-professor-battista-9788894995616.html

“Il professor Battista” edizione cartacea: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/388270/il-professor-battista/

LIBRI AL ROGO

Nel romanzo “Il professor Battista” si intuisce fin dal titolo la denuncia che l’odierna società del consenso obbligato è fondata sulla menzogna e, come ai tempi di Gesù, quando il Battista anacoreta tuonava nel deserto contro la turpitudine del potere, ancora oggi chi osa anche solo mettere in dubbio le verità di comodo del sistema è ridotto al silenzio con ogni mezzo.
L’atteggiamento di Facebook sul brano del libro che segue più giù ne è una dimostrazione eclatante.
Il passo riporta il dialogo che avviene in pullman fra una studentessa e l’insegnante che accompagna la sua classe in una gita scolastica a Monaco. Tratta un tema delicato, ma da prospettive opposte ed altrettanto legittime, con garbo e senza che l’autore ne faccia propria alcuna, inoltre, come si conviene ad un romanzo, fatti e personaggi sono dichiaratamente inventati. Non contiene quindi alcun elemento offensivo per persone, ideologie, religioni, identità di genere eccetera, eppure Facebook, pur dopo averne sollecitato una campagna promozionale grazie al suo buon impatto sul pubblico, al momento di lanciarla ha ritirato il consenso per una presunta violazione proprio di tale principio…
Non riesco a vederci un appiglio se non, forse, nel disagio per il racconto della ragazza, ma questo descrive una situazione assolutamente realistica, seppur fortunatamente rara, e io stesso posso testimoniarne di analoghe.
Dunque? Al rogo i libri? Libri al rogo?

ALLA RETE L’ARDUA SENTENZA

—–ooo—–


Il sole che splendeva fuori, sul tenero verdeggiare della primavera, non aveva ancora rischiarato del tutto il plumbeo scenario emotivo del racconto di Tomat, che, almeno a Davide, fu il sopraggiungere di Lilly Carati ad illuminare lo sguardo.
Disse che il pullman le dava un po’ di mal di testa, e domandò se poteva sedere lì davanti con loro, ottenendo ovviamente il pronto assenso di Battista, che si affrettò a sgombrare la poltrona accanto a lui da zainetto, macchina fotografica ed aggeggi vari.

Il viso di porcellana di Elisabetta Carati era pallido e pensieroso, ma questo non offuscava per nulla la sua bellezza, ed anzi, le dava un’aria più consapevole di quanto ci si potrebbe attendere, in una ragazza della sua età, che ne accresceva il richiamo con un’aura di mistero.
Sericei capelli biondi che splendevano come oro, grandi firme in ogni capo del morbido abbigliamento, unghie decorate in ceramica, con un sole al tramonto raggiato di allegre fiammelle nel cielo rosso sangue, trucco accurato ed accessori preziosi, un delicato profumo di ortensia che Battista non si stancava di annusare con discrezione… ogni particolare rivelava in lei l’appartenenza ad un ceto di levatura superiore.

Nelle poltroncine della fila a fianco, anche Davide tracciava nell’aria degli impercettibili ghirigori col naso, sulle scie della sua fragranza, Riccardina, invece, osservava ora lei ora l’esagerata allerta del compagno di banco con le orecchie ben tese a non perdere nemmeno una parola della nuova venuta.
Frequentando la terza A1, Lilly era con le allegre ragazze della Bubola in mezzo al bus, ma quel giorno, lei non se la sentiva proprio di ridere su tutto e tutti come una scema, perciò era venuta a rilassarsi un poco in mezzo ai grandi, e anzi, se la prof ne aveva voglia, avrebbe fatto volentieri due chiacchiere con lei.

La Bubola accettò di buon grado, quindi Battista offrì alla prof di scambiarsi di posto con lei, in modo che le due giovani donne, stando affiancate, potessero discorrere più tranquillamente; al signor Tomat avrebbe fatto compagnia lui.

“Mamma mia che colorito, Lilly! – Esclamò la professoressa quando si avvide dell’espressione sofferente sul viso della sua alunna – Ho delle gomme da masticare contro il mal d’auto, ne vuoi una?”
Lei declinò l’offerta. Probabilmente non era nemmeno il pullman la causa del suo malessere: già da un paio di giorni si sentiva così.
Impressionata, la Bubola scavò nella borsa: anche a lei facevano sempre un gran male, quindi l’Optalidon non vi mancava mai, e quando l’ebbe trovato, glielo porse garbatamente.
“Saranno cose di donne!” Bisbigliò Davide, con aria saccente, all’orecchio dell’inseparabile amica.
“Certamente… – rispose lei – e magari anche più di quanto tu creda.”
La Carati rinunciò di nuovo con un gesto della mano, quindi cambiò discorso, e chiese alla professoressa se fosse sposata.

La Bubola non si stupì della domanda, né parve contrariata per l’improvvisa irruzione nella sua sfera personale; al contrario, sembrò quasi contenta di poterne parlare, come se avesse bisogno di farlo da tempo, ma non ne avesse mai avuta l’occasione.
Non era sposata: era stata fidanzata al paese fino a quando aveva deciso di trasferirsi a Bologna, ma a quel punto s’era aperta una profonda crisi, e poco dopo, lei e Luigi avevano rotto.
Erano entrambi salentini; lui vagheggiava una famiglia fortemente legata alle tradizioni della sua amata terra, perciò non voleva staccarsene, e d’altra parte non aveva alcun motivo per farlo, visto che era figlio di un maggiorente locale, proprietario di terre ed oliveti; lei, invece, voleva lavorare a tutti i costi per ottenere l’indipendenza che le avrebbe consentito di non dover mai sottostare ad un’altra volontà per bisogno, e poiché giù non c’era lavoro, salire al nord era stato quasi una scelta obbligata.

Era quel “quasi” che la tormentava ancora oggi con mille dubbi e non pochi rimpianti.
Sì, perché loro due si erano voluti veramente bene, e Luigi, poi, era una persona salda come una roccia, su cui si poteva fare affidamento assoluto, e dopo, lei non ne aveva più conosciute, così; dopo, le persone serie sembravano completamente sparite dal mondo.
Invece c’è un gran bisogno, di unità… Non si fa altro che proclamare che siamo uno: maschio e femmina una creatura sola, e si sente anche nell’intimo, che questa è una verità fondamentale, ma poi tutto quello che si riesce a fare produce solo divisione… una contro l’altro armati… C’è qualcosa di sbagliato, non va bene così.

Ad ogni modo, ormai era andata e non si poteva più tornare indietro: in meno di due anni, Luigi s’era sposato con un’altra, e ora aveva un bel maschietto di otto anni, uno di quattro, e la bambina che aspettava tanto era appena arrivata.

Quando erano fidanzati, amavano guardare insieme i documentari sulla natura… quanti ne avevano visti, e quanto li appassionavano entrambi!
Ma ora, Daisy aveva la sensazione che solo lui avesse veramente compreso il significato di tutte quelle esibizioni, quelle lotte feroci in cui i maschi mettono in gioco la vita stessa, di quel corri corri di ogni creatura vivente per trovare l’altra metà di sé e prepararsi insieme ad accogliere i piccoli nel mondo come si deve. In natura, in tutta la natura, questo vuol dire farlo in tempo, perché quando il momento giusto è passato, poi non torna più.
Ciò che la natura vuole in cambio delle ali forti che consentiranno al pulcino di affrontare la migrazione autunnale, regalando ai genitori il senso profondo della vita che dà gioia, è il duro sacrificio scritto nel mondo a chiare lettere, ed è bieco inganno di potere, che prima o poi si pagherà a caro prezzo, la menzogna che illude del contrario chi ha paura di affrontarlo, per ottenerne il consenso.

A queste parole, la Bubola si fermò, come se temesse di essersi spinta troppo oltre in un contesto inopportuno.
“E tu cosa mi dici? – Domandò allora – Ce l’hai il ragazzo?”
La Carati aggrottò la fronte.
“Qui siamo diversi, prof.” Rispose quasi con sufficienza, al che fu la volta dell’insegnante, di mostrare meraviglia.
“In che senso, scusa?” Volle sapere.
La ragazza spiegò che se amare significava sentire il bisogno di stare con lo stesso uomo per tutta la vita, lei non conosceva nessuno a cui interessasse ancora: da loro si badava a divertirsi e basta.

Riccardina ebbe un fremito. Avrebbe voluto intromettersi nel discorso di prepotenza, però vi era estranea, quindi soffocò l’impulso con uno sforzo, per buona educazione.
Ma non poteva certo rinunciare a far sapere la sua opinione a Davide!
“Eccone qua una, stronza!” Gli bisbigliò ringhiosamente nell’orecchio, con un volume che lui le rimproverò, accostando l’indice al naso in un eloquente invito ad abbassarlo.

Ad ogni modo, sull’altro lato del corridoio né la prof né l’allieva diedero a vedere di aver udito il commento, pertanto l’aggressione che esso portava fu ignorata, e il colloquio procedette senza incidenti.

Certo, a formare delle coppie si giocava anche qua, ma perlopiù era un gioco, appunto: quando due si mettevano insieme, difficilmente si sentivano di fare promesse di amore eterno, e quanto alla fedeltà, nessuno era disposto a scommettere un centesimo sul partner… o la partner che fosse.

Nella pausa che seguì, la Bubola, un po’ imbarazzata, non sapeva cosa dire, allora Lilly, che invece aveva in mente un obiettivo preciso, approfittò del momento di difficoltà dell’insegnante per pungolarla di nuovo.
“Ma se fosse rimasta incinta cos’avrebbe fatto, prof? – Domandò – Avrebbe abortito, o sarebbe rimasta giù?”
L’insegnante la guardò interdetta.
“Incinta? Aborto? – Interrogò stupita sé stessa, più che l’interlocutrice – Ma… perché mai? Se fosse successo, vorrebbe dire che l’avevo voluto io, allora sarei rimasta giù, ovviamente.”
“Va bene, ma se invece ci fosse rimasta per caso?”
La donna non contemplava questa possibilità… quella donna, almeno.
“Al giorno d’oggi non si rimane incinte per caso, se si ha un minimo di giudizio.” Fu la sua risposta lapidaria.
La giovinetta scosse lievemente la testa in segno di dissenso, al che un’intuizione improvvisa squarciò l’intelletto dell’adulta.
“Scusa sai, – disse – ma cosa mi stai dicendo? Non è che per caso… appunto… tu…” La guardò negli occhi, e la ragazza fece segno di sì.
“Ma santo Dio, benedetta! Com’è stato possibile?”
Beh, nelle feste dei suoi amici non era poi così assurdo: alcol, erba, funghi, soldi… circolava di tutto in quelle ville sui colli, allora chi si preoccupava di voltarsi a guardare, quando uno cominciava a spogliarti da dietro?
E anche volendo vedere in faccia l’ammiratore, c’era da restare escluse come delle asociali, a fare troppo le schizzinose, mentre magari gli altri erano tutti ingroppati in un’orgia pazzesca.
Ma nessuna voleva rimanere fuori dal giro: le sue amiche accoppiate, che facevano credere al ragazzo di non uscire mai senza di lui, si sarebbero inventate il colera, pur di non mancare, e quando c’erano, del boy friend non si ricordava nessuna.
“Dunque, tu sei rimasta incinta in uno di questi baccanali, e ora ti domandi se sia il caso di abortire… se ho ben capito.”
“Beh, non proprio: – rispose Lilly – per fortuna, della gravidanza non sono ancora sicura al cento per cento, ma sull’aborto non avrei dubbi, nel caso… Quello che le chiedo è come fare: a chi ci si deve rivolgere, quanto tempo occorre per le pratiche e quanto bisogna stare in ospedale… se è possibile farlo in un’altra città, o comunque in anonimo e senza il consenso dei genitori… insomma, tutto quello che occorre sapere, perché è la prima volta che mi capita un impiccio del genere.”
“Deo gratias! – Esclamò la Bubola – E speriamo che l’impiccio sia un falso allarme… Gran consigli non sono in grado di dartene, perché ne so poco anch’io, per fortuna, ad ogni modo, credo proprio che il consenso dei genitori occorra, se sei minorenne.”
“Cazzo, no!” Mormorò Lilly, mordendosi un labbro.
“Ti capisco, – la confortò la confidente – ma a dire il vero non mi sembra affatto il guaio peggiore: l’aborto non è mica un videogioco, sai, ti segna l’anima per tutta la vita… Possibile che non ci sia un’altra soluzione? Che so, il matrimonio, magari: dicono che se ci si mette d’impegno, per un valore importante in comune, può riuscire bene anche senza una gran passione dietro… anzi, meglio che quando la passione c’è, ma manca la buona volontà di venirsi incontro… Oppure tenere il bambino anche se il padre non ci sta… É più difficile, ma ti fa ancora più onore.”
“Onore… – Elisabetta sbuffò un risolino amaro – In casa mia è il prestigio sociale… Invece per lei cos’è? Rinunciare alla vita per pulire cacca ed imboccare pappa? … Non fa per me, e comunque, anche volendo… non so nemmeno chi è il padre.”
La Bubola si limitò a guardarla ad occhi sgranati.
“Chissà cosa mi sono fatta, quella notte… – proseguì allora la ragazza, con lo sguardo assente – Ero completamente fuori… e credo di essere stata con tre sconosciuti uno dietro l’altro.”

Sulle poltroncine dietro all’autista, Davide e Riccardina si guardarono in modo molto espressivo.
“Ti presento il tuo grande amore.” Gli sussurrò lei in tono sarcastico.
“Minchia!!!” Borbottò lui fra sé, ma questa volta non si preoccupò troppo di non farsi sentire.

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15 Luglio 1977: Ma fa’ qualcosa!

Oggi Torill è ripartita per il Grande Nord della sua Norvegia.
Ci siamo conosciuti solo ieri, ma nondimeno, il nostro legame è intessuto di magia, e destinato all’eternità.

Se ancora non sai cos’è l’amore, o non lo sai più, ascoltami: questa è la storia che lo ha spiegato a me.

Dunque, il regalo del dottor Benservito mi aveva liberato luglio, però Marta aveva deciso da assai prima che il suo Inglese aveva bisogno di cure, e avendole prenotate da tempo a Londra, era volata là, lasciandomi incustodito.

Ma cos’hai capito? Sto parlando dell’Inglese che studia all’università: la lingua inglese!

Beh, dirai che potevo andarci anch’io, con lei, no?
E, invero, un pensierino ce l’avevamo fatto, però poi è saltato fuori che il corso al rinomato college della mia fidanzata era già completo e un po’ troppo caro, per me che non ne ho poi tanto bisogno, senza contare che l’estate britannica io l’ho già sperimentata, e di tutta quella pioggia ne ho avuto abbastanza. Per giunta, Marta s’era già organizzata con le sue amiche, e l’idea di un infiltrato nel manipolo di amazzoni sembrava turbare un po’ i sonni a qualcuna che forse aveva dei progetti come hai pensato tu, riguardo all’Inglese, perciò sono andato ad attenderla a Rimini, in un ameno albergo in riva al mare convenzionato con la Saga Tours, che è una nota agenzia di viaggi norvegese.

Torill ha 16 anni, e quindi va ancora in giro con mamma e papà: la signora in forma smagliante, e il babbo ignaro, per diversi motivi entrambi gelosi come gatti rossi della figliola, che è bella da mozzare il fiato.
Adesso è lontana mezzo mondo, ma per 15 giorni ha abitato all’hotel Astra, a poche camere di distanza dalla mia.

Prima di ieri sera, non l’avevo considerata un gran che: era sempre sotto scorta…

Io passavo il tempo fra sole, mare, e serate in discoteca, spese in approcci che mi mettevano più in crisi quando sembravano promettere bene che quando, praticamente sempre, si risolvevano in uno sguardo ionizzante, capace di leggere la pubblicità alle mie spalle anche se c’ero appoggiato contro.
Nonostante le avventure che t’ho raccontato, infatti, fondamentalmente io non sono mai stato un latin lover: loro le donne se le prendono quando e come vogliono, mentre le mie pochissime vittime, invece, a parte qualche rara eccezione, hanno sempre avuto il loro bel daffare a soccombere.

Che vuoi, il fatto è che sono stato educato come Woody Allen: con un senso del pudore esagerato ed un moralismo vittoriano per cui tuttora, nonostante Woodstock e la liberazione sessuale, non riesco a sbarazzarmi dell’idea che fare delle avances ad una donna sia quasi  oltraggioso, essendo il sesso una roba un po’ sozza per dei maschiacci viziosi, e addirittura immonda per l’altra metà del cielo… un peccato grave, insomma. Ma siccome peccatori siamo per nascita, occorre non tradire se stessi, l’importante è farlo in modo che sembri un fioretto. Una bella impresa, come fare? “MAMMA! CECCO MI TOCCA!” … “Toccami Cecco che mamma non vede.” Sì, vabbè, però si può fare anche un po’ di confusione qualche volta.

Era mia madre che, più o meno consapevolmente, m’insegnava così, e dato che in queste cose io somiglio molto a tutti i miei amici, ritengo che le sue coetanee facessero altrettanto con loro.
Come hai potuto constatare finora anche qui, però, queste idee non sono molto popolari fra le donne moderne, quindi c’è da pensare che a loro le mamme abbiano insegnato in un altro modo.
Tuttavia, le donne moderne sono anche sorelle degli uomini moderni, oltre che mogli, amanti, e nemiche, di conseguenza, i gravi sintomi di schizofrenia che sta manifestando il cielo hanno un’evidente origine ereditaria in seno alla famiglia.

È dura, però, diventare adulti perfetti con delle contraddizioni del genere!
Se il testosterone ti si abbassa appena un po’, c’è il rischio di rimetterci la reputazione!
Il grande Woody l’ha raccontato in modo magistrale nell’episodio dello spermatozoo in “Tutto ciò che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere”.

Lui è il protagonista, tutto impegnato a corteggiare una gran bella ragazza, che contraccambia.
All’esterno, la scena è romantica, e l’atmosfera di calde luci soffuse la rende complice. Nell’organismo dell’uomo, invece, si sposta di continuo dalla centrale di comando, che sta nel cervello, alla sala macchine, tre palmi sotto il mento.
Qui c’è un plotone di spermatozoi vestiti da sommozzatori in muta bianca, capeggiati da un altro Woody Allen con gli occhiali e i ciuffi di capelli rossi che spuntano dalla cuffia, i quali attendono spasmodicamente di compiere l’incursione per cui sono nati.
Regna, però, fra costoro, una grande ansia, e Geiar, lo spermatozoo identico al padre, si dispera come un condannato a morte: infatti, l’argano che serve ad erigere il “monumento” è inceppato.

Subissato di mayday, il cervello ha inviato sul posto una squadra di pronto intervento.
Gli operai nerboruti, madidi di sudore, sono impegnati senza sosta nel tentativo convulso di rimettere in funzione la gru prima che sia troppo tardi.
Nella centrale operativa, i tecnici in camice bianco, in preda al panico, si affannano su tutti i sistemi di controllo per individuare l’avaria e guidare l’invasione, ma la situazione precipita, prospettando una catastrofica disfatta.

Quando tutto sembra perduto, lo spermatozoo pel di carota medita il suicidio, ma c’è un clamoroso colpo di scena, e quelli dell’intelligence riescono a catturare il sabotatore clandestino che ha causato il guasto: un pazzo scalmanato vestito da prete.
Lo bloccano, e lo legano stretto ad una sedia, con un bavaglio ficcato in bocca che soffoca sul nascere le sue maledizioni.

Alla fine, il prete terrorista è definitivamente sconfitto e ridotto all’impotenza, gli operai riescono a rimettere in pressione le macchine, squilla la carica, e lo spermatozoo brutto può andare incontro al suo sogno di gloria, morendo da eroe sul campo di battaglia.

E che ci posso fare, io, se sono figlio del mio tempo?

Torill l’avevo incrociata qualche volta per le scale dell’albergo, sulla spiaggia, e per la strada; mi sorrideva, mi faceva i musi, le boccacce… ma io pensavo che volesse scherzare, e la salutavo frettolosamente.
Una volta, m’inchiodò sul pianerottolo sbarrandomi il passo con il corpo da pantera di traverso, le mani protese come artigli contro il mio viso, e le rosse unghie affilate che lo sfioravano intorno agli occhi, mentre i suoi mi ci dardeggiavano dentro degli incredibili lampi azzurri da sopra un sorriso vagamente beffardo.

Ieri sera, però, durante la sosta sul dehor che più o meno tutti si fa prima di andare a dormire, ci siamo ritrovati soli, faccia a faccia: io un po’ deluso della serata, lei triste, e con lo sguardo lontano.
“Ciao!”
“Hi!”
“Che faccia! Dove hai messo i tuoi artigli?”
“Eccoli qua, – ha risposto sfoderandoli di nuovo, e arricciando il naso nella sua minacciosa mimica felina – bada a te, vecchio maniaco sessuale!”
Era bellissima.

“Ne hai già sbranati molti?”
“Questa sera o quando?”
“Quando.”
“Moltissimi.”
Ho percorso ogni tratto del suo viso come un satellite spia, rincorrendo le scintille di quello sguardo che solcavano la notte come stelle cadenti.
“Ci credo… però adesso hai i rimorsi come i coccodrilli, vero? Sarà per questo che hai quell’espressione malinconica.”
“No!”
“E allora? Dai, sorridi! Non vedi come il mondo intero sorride a te?”
“Domani parto.”
“Beh, per ogni inizio c’è sempre una fine, ma si sopravvive.”
“Io non sopravvivrò affatto!” Ha esclamato, mentre dagli occhi le rotolavano sulle gote due perle di rugiada.
“Vuoi dire che non c’è stato alcun inizio?”
La risposta è venuta con un singulto:
“Esatto, proprio così!”

Sentivo di dover sdrammatizzare un po’.
“Sei ancora in tempo, però… se non casca l’aereo, domani sera sarai già fra le braccia di qualche Vichingo grande e grosso, con gli occhi azzurri, i capelli biondi, e un bell’elmo con le corna, non sei contenta?”
Ha sorriso.
“No: il manico dello spadone mi si pianta sempre nello stomaco, e non riesco a respirare… e poi sono bionda anch’io, e con gli occhi azzurri… che gusto c’è?”
Le ho accarezzato il viso: “Se è per questo, più o meno potremmo essere fratelli, noi due, ma tu non mi fai mica schifo, però.”
“Già… è proprio questo il problema: nemmeno tu fai schifo a me…”

Ho taciuto per un po’, interrogandomi sul da farsi.
Lasciarla sola sarebbe stato imperdonabile in tutti i sensi… ma restare?
“Non vai a letto?”
“Non ho sonno per niente.”
“Ma i tuoi ti aspetteranno.”
“Altroché… e mio padre s’è anche raccomandato di tornare presto… Non mi lascia vivere: è gelosissimo!”
“Ah, ho capito: hai voglia di farlo arrabbiare… basta che non se la prenda con me. Andiamo a fare un giro al porto?”
“Va bene, andiamo.”

Abbiamo camminato fianco a fianco sul lungomare semideserto senza nemmeno prenderci per mano, ma ad ogni più leggero soffio del suo profumo, ancor prima che al tocco della pelle, lei mi imprimeva nell’anima un indelebile marchio di fuoco.
Un po’ alla volta, la sua presenza diventava sempre più totalizzante, e ad ogni passo, io mi c’immergevo più in profondità, in una sconosciuta unione metafisica con tutto il mondo intorno, che alla fine c’era solo per quello.

Sul molo, ci siamo inoltrati tra i flutti, passeggiando a lungo quasi sulle onde, nella brezza tiepida della notte di luglio.
Dicevo un sacco di stupidaggini per farla ridere un po’, tentando di regalarle un attimo di gioia per fissarla nell’eternità in un’istantanea della memoria.

Lei sorrideva mestamente e guardava, lontano, i riflessi della luna sulle onde scure.

Tutto ad un tratto, ha esclamato: “Ma fa’ qualcosa !”
E così, ha messo a tacere anche il mio prete.

Ci siamo baciati teneramente, poi le ho chiesto: “Vuoi venire con me?”
“Sì.” Ha risposto con semplicità.

Ci siamo fatti dare una bottiglia di Moscato San Marino dal portiere di notte, e siamo saliti in camera mia.

Abbiamo fatto l’amore finché le lenzuola hanno chiesto pietà, ma non ci bastava e l’abbiamo fatto sotto la doccia, nella finestra davanti al mare, sul terrazzo sotto la luna, ed io ho visto sorgere il sole da dietro il velo dorato dei suoi capelli sparsi sul mio viso, e m’è sembrato che quella luce racchiudesse in sé tutto il senso della vita.

Ti amo, Torill, e non ti dimenticherò mai più.

IO SCRITTORE

Amici Lettori, buongiorno. Vorrei proporvi i miei libri di narrativa, e siccome anche il prezzo conta, anticipo subito che in fondo a questo articolo ho inserito gli indirizzi dei punti vendita on line dove è più conveniente. Ma per il resto, desidero soprattutto presentare me stesso.

Mi definisco scrittore a bassa voce, sia perché il titolo è importante ed esige un pubblico adeguato, sia perché sono ingegnere, e pertanto addestrato ad altro. Tuttavia scrivo ormai da molto tempo, inoltre ho ottenuto di recente alcuni lusinghieri riconoscimenti con il mio ultimo romanzo, “Il professor Battista”, di conseguenza penso di poter finalmente entrare nel “club” senza più complessi.

Non sono un lettore “seriale”, o meglio, non lo sono più da quando le esigenze di sopravvivenza mi hanno precluso questo piacere, ma non ho mai smesso di scrutare gli infiniti universi della letteratura, anzi, è proprio così che ho fatto il mio faticoso apprendistato.
Da bambino, appena ebbi imparato a leggere m’innamorai di Dan Dare e Cocco Bill, e quando non bastarono più ad alimentare il nuovo fuoco in me, ci aggiunsi anche i Grand Hotel che mia sorella lasciava in bagno. Per fortuna, però, la biblioteca comunale era vicina e così, alle lacrime di pena per tutti quei cuori infranti si sostituirono presto quelle dal troppo ridere per le avventure di Tom Sawyer ed Huckleberry Finn. Mio padre se ne accorse subito, ma essendo un padre d’altri tempi, invece di rompere il muso al bibliotecario per i miei pianti mi portò l’intera collana di libri per ragazzi della amz, dove allora lavorava, compresa un’edizione illustrata della Bibbia. Imparai tutto su Tartarino di Tarascona, Cyrano de Bergerac, i dinosauri, Gengis Khan e le peripezie degli Israeliti, tanto che ci feci un gran figurone col parroco, con grande orgoglio di mia madre, una volta che, a Messa, mormorai fra i denti il nome di Nabucodonosor mentre stava per dircelo lui a proposito del re che aveva distrutto il tempio di Salomone.
All’epoca s’affacciava alla storia l’era spaziale, che con i Russi già in orbita mentre i missili americani ancora scoppiavano sulle rampe o poco più su, mi appassionava quanto Mark Twain e Sansone. Iniziai a galoppare fra le stelle con la fantasia in attesa di arrivarci anche di persona, e poiché già tendevo a rimescolare nel cervello piccole conoscenze e grandi sogni, quando il maestro Busacchi spiegò la forza del vapore, tentai di fargli credere in un tema che nel garage avevo costruito un missile proprio così, e poi lo avevo anche lanciato con successo: l’ingegnere e lo scrittore si stavano contendendo il mio futuro fin da allora.
Ascoltavo i giornali radio a bocca aperta immaginandomi astronauta, e quando mi accorsi che il giornalaio aveva tante belle riviste sull’argomento, presi a fargli visita tutti i giorni per sfogliarle a sbafo. Fortunatamente era un brav’uomo e mi sopportava, così imparai tutto anche su Sputnik ed Explorer, Yuri Alekseevic Gagarin, Alan Bartlett Shepard e via dicendo, fino alle soglie dell’adolescenza.
Nell’età ribelle, profondevo molto impegno a fare di tutto tranne che studiare, anche perché i miei genitori avevano una cartolibreria, e in quel tutto, oltre allo sport, era compresa l’opera omnia del negozio. Più di tutti mi divertiva Sir Pelham Grenville Woodhouse, che è l’unico autore a cui ho perdonato i romanzi scritti in serie grazie alle irresistibili risate che mi strappò fino all’ultimo; ma non mi feci mancare nulla: tra saggi di ogni genere e caotiche scorpacciate di quant’altro stava sugli espositori, da Salgari a Giulio Verne, da Simenon a Stout, Poe, Conan Doyle, Wagner, Ibsen e tanti altri, credo di aver letto anche cose che nemmeno capivo.
Lì per lì, ciò non mi valse la considerazione dei miei professori, che al terzo anno di liceo mi rimandarono in tre materie solo per evitare un coccolone a mio padre con una bocciatura secca, decisi però a completare l’opera a settembre. Poi, invece, il loro giudizio mutò radicalmente al termine degli esami di riparazione. Avendo studiato, li avevo superati bene, e dopo l’ultimo orale, non ricordo perché, m’ero intrattenuto in dotte chiacchiere con il prof di religione sulle migrazioni dell’era glaciale, sostenendo che c’era stato un passaggio di popolazioni asiatiche in America grazie al ponte di ghiaccio che s’era creato nello stretto di Bering. Non c’entrava per nulla con le materie del corso, ma sono convinto che se da allora registrai un netto miglioramento della mia reputazione, fu soprattutto grazie alle vetrine dei miei cari vecchi.
Intanto mi accorgevo di essere più ricco di Carlo Magno. Infatti potevo aspettarmi di vivere il doppio, e volare in America in poche ore, mentre a lui non sarebbe stato possibile nemmeno per scampare alla peste, e benché sapessi che anche le grandi conquiste scientifiche affondano le radici nell’immaginazione pura, al momento di scegliere la facoltà universitaria ciò fece prevalere l’ingegnere.
Durante l’università mi fidanzai, e così, fra le equazioni differenziali e la passione, la letteratura finì un po’ in disparte, anche perché Boringhieri pubblicava dei libri sulla relatività, i buchi neri e cose del genere, che un ingegnere non poteva ignorare. Ma quando poi si aggiunsero anche il pendolarismo e le faccende domestiche dei primi anni di lavoro, le belle lettere sprofondarono addirittura in cantina.
Inaspettatamente, a salvarle dall’oblio fu proprio l’approdo in quell’industria aerospaziale tanto agognata, che per i suoi fitti impegni avrebbe potuto seppellirle del tutto. La risalita, infatti, iniziò lentamente con la fantascienza di Urania nei lunghi viaggi in treno del venerdì e della domenica sera, e la notte che mi appisolai su una guerra di mondi, saltando Bologna dove lei mi attendeva, si concluse col dramma perdendo l’amore. Ne pagai a caro prezzo il ritorno, ma furono Alice e Don Chisciotte, Papillon, Sigfrido, La donna del mare, Jean Valjean ed il loro popolo intero, gli amici delle serate che scorrevano solitarie col gelo nell’anima. In compenso, tra un cappellaio matto ed una rivoluzione dei maiali, scoprivo anche in me una vena surreale strettamente imparentata alla più lucida razionalità. Così, impressionato dalla stoltezza che noi umani mettiamo a volte nel cercare lontano le cose sotto i nostri occhi, scrissi la cronaca del primo contatto con gli alieni che, essendo pidocchi, e stufi della nostra guerra chimica, nell’impossibilità di un accordo di “buon vicinato” avevano distrutto la nostra civiltà.
A parte il ricco epistolario intrattenuto fin dall’adolescenza con l’altra metà del cielo, spesso altrettanto squinternato, questo raccontino era il mio primo “capolavoro” letterario, visto che gli articoli sulle turbine a gas non c’azzeccano per niente.
Abusando dell’amicizia, costrinsi un collega a leggerlo e darmi un giudizio. Non era una persona qualunque, ma uno che definire “con due p—e così” sarebbe ingiustamente riduttivo, infatti, pur essendo un primate conosceva l’aerodinamica meglio di un falco pellegrino, e certo un tipo così era di quelli che non si classificano mai meno che eccellenti dalle elementari all’università, eppure io m’ero approfittato di lui senza ritegno per dei pidocchi. Il fatto che nonostante ciò siamo tuttora buoni amici è una cosa di cui gli sono grato.
“Sei riuscito a non annoiarmi”, fu il suo implacabile giudizio sull’ingarbugliato manoscritto, ma non me la presi, perché avevo capito che era una schifezza già mentre lo scrivevo: era troppo ingolfato dalla preoccupazione di riempire fogli che aveva condizionato la mia stesura da novellino. Comunque rimanevo del parere che l’idea di fondo fosse abbastanza buona, per gli amanti del genere, e dopo una drastica potatura da una dozzina di pagine a quattro, all’apparire di internet ne ebbi più di una conferma in rete, molti anni dopo. Si trattava di episodi sporadici, però: prima che mi accorgessi di aver scritto ormai tanto, e che anche gli addetti ai lavori iniziassero ad apprezzarne il buono, la fila degli anni doveva allungarsi anche di più.
Finché restai con la testa fra le nuvole, accumulai molte delle esperienze che mi avrebbero ispirato in seguito, ma non ebbi modo di scriverne un gran che. La dolorosa interdipendenza fra la vita professionale e l’infruttuosa ricerca di una nuova felicità sarebbe divenuta una spinta potente a suo tempo, ma per il momento macerava in silenzio nelle storielle impossibili che mi s’affacciavano alla mente di tanto in tanto, allorché un frammento di cielo incrociava le mie vie riaccendendo le emozioni per un po’.
Occorreva uno stacco totale, e lo decise il destino con un pauroso incidente d’agosto.
Nessuno in città a sollecitare la mia scienza; nessuno a farmi compagnia tranne i due piccioni che tubavano nel nido proprio sopra l’ingresso dello studio; nessuno che mi pagasse un’auto nuova, o i debiti che avevo fatto per avviare quell’attività professionale… non potevo mica stare seduto tutto il giorno davanti al computer a progettare un bel viaggio nell’Isola che non c’è! Però potevo “progettare” storie.
I miei primi racconti di ampio respiro nacquero in quel torrido agosto insieme ad alcune cronache sparse. Un paio di queste furono accolte benevolmente sulla stampa locale, e “Salmoni”, un viaggio surreale di due amanti da una capanna di tronchi nei pressi di Oslo alla loro reggia di ghiaccio e madreperla nell’estremo nord, suscitò impressioni ed accostamenti lusinghieri. Una piccola casa editrice bolognese mi propose di scrivere un libro per ragazzi, ma il mio surrealismo è piuttosto meditato, e non avendo una prole da cui imparare, declinai l’offerta.
Viaggiavo ed imparavo molto, invece, del mondo e della natura umana, finché un’esperienza forte di volontariato in Africa mi ispirò “Karìbu”: un romanzo diviso fra realtà ed immaginazione – come la vita stessa lo è fra veglia e sonno – teso a cogliere nell’amore l’essenza comune di tempo ed eternità.
Buoni giudizi, persino di Mondadori, ma la qualità non basta a pubblicare un libro, perché molti altri requisiti la soverchiano, rendendo la dischiusa di un esordiente una lotta impari. Fra questi, la notorietà dell’autore è il principale per molti editori, arrivando a vanificare del tutto il merito nelle loro graduatorie. Non faccio nomi per non attirare vendette che potrebbero affossare le mie aspirazioni, ma, per esempio, uno dei maggiori successi editoriali italiani è il peggior libro che io abbia mai letto. Scritto dal capo di una setta religiosa molto seguita negli Stati Uniti, aveva già rifilato venti milioni di copie agli adepti in quel paese, e, a mio avviso, fu solo in virtù dell’imponente campagna pubblicitaria fondata proprio su quel successo che ne vendette un altro milione in Italia. Infatti è una tale accozzaglia di banalità di poco senso, scarso costrutto e nessun valore, da non consentire altre spiegazioni di tanta popolarità.
C’è un detto che recita: “Se vuoi fare soldi, fonda una religione”, e visto che in Italia esiste (o esisteva) almeno una casa editrice solo per Sai Baba, probabilmente è vero, ma allora è come se il libro di cui sopra fosse l’autobiografia di Gesù delle Paoline… e quale esordiente potrà mai vantare i “followers” di Gesù?
Tuttavia, non dico che la categoria sia negletta del tutto. Mondadori assicurò ripetutamente di essere alla ricerca di una collocazione per Karìbu, e quando infine rinunciò, fu perché non era riuscito a trovare una collana adatta fra tutte le consociate. Come il caso del filone religioso appena visto, infatti, un altro requisito fondamentale per pubblicare con un editore che voglia vendere sul mercato è che il libro appartenga ad un genere preciso, che convogli su di esso l’interesse degli appassionati, e in effetti, Karìbu è, sì, un incrocio di avventura, amore, spiritualità e fantascienza, però non compreso del tutto in alcuno di questi generi. Secondo un autorevole giudizio, è un romanzo “filosofico”, piuttosto, ma nonostante l’appassionata ricerca esistenziale del protagonista, io per primo non mi azzarderei mai ad accostarne le elucubrazioni da viandante dell’anima all’opera di Sartre o Camus.
Senza il sostegno di una casa editrice, dunque, rompere il guscio sembrava proprio una lotta impari, ma sapevo di poter dire qualcosa di più intelligente anche di alcuni che lo avevano già rotto, ed ero deciso a migliorarne l’arte abbastanza da farmi ascoltare, perciò raccolsi il guanto, e pur senza alcuna certezza affrontai la sfida. Il duro lavoro che seguì comincia a dare i primi frutti solo ora, come chiarirò più avanti, ma ci sono ancora molti passi da fare, prima di arrivare fin qui.
Grazie al Cielo, l’avvento della stampa digitale mi risparmiò la tentazione di affidarmi ad uno di quegli editori alla rovescia, che le loro pubblicazioni vogliono farsele finanziare dagli autori. Stampai invece in proprio un centinaio di copie di Karìbu, e le vendetti poi ad un’agenzia di viaggi, ad alcune librerie, ed agli intervenuti ad una presentazione presso la biblioteca comunale Lame di Bologna. Ma era stato un esperimento per capire i meccanismi della filiera: avevo ormai esaurito il mercato alla mia portata, e non potevo certo continuare a fare l’ingegnere, lo scrittore, il grafico, l’editore, il distributore, ed il libraio da solo. Allorché, quindi, Lulu.com prospettò di accollarsi gratuitamente i tre ruoli commerciali, salutai con entusiasmo l’editoria su ordinazione auto pubblicando il romanzo.
Intanto, l’ambizione di meritare un pubblico scrivendo bene delle cose interessanti mi spingeva da tempo a cercarne insegnamenti validi nei più grandi classici italiani e stranieri, nei premi Nobel e nei best seller mondiali. Sfortunatamente, non ho le attitudini della Rawlings e nemmeno di Wilbur Smith, però ho verificato che anche i temi più congeniali a me hanno una nutrita rappresentazione e schiere di lettori. Le invenzioni di interi meta mondi come sogni esistenziali, teatri della riflessione estrema, o parodie della dimensione temporale con la sua etica schizofrenica non si contano fin dai tempi biblici, e se ne avessi il tempo, leggerei all’infinito le avventure di Aragorn e Frodo Baggins nella Terra di Mezzo del “Signore degli anelli”, e del ”Doktor Faust” di Goethe con Mefistofele, Margherita ed Elena di Troia. Allo stesso modo, anche la trasposizione del proprio vissuto in racconti emblematici di affanno sociale, di travaglio storico, o anche solo di sé ha molti appassionati, e potendo, pure le crude pagine di Hemingway io sfoglierei ancora molte volte sulle tracce del suo tragico destino, e in ogni pausa del dovere, tornerei con Amir ed il fratello Hassan a caccia di aquiloni nei quartieri polverosi di Kabul.
La scomparsa di mia madre fra le sofferenze di una grave malattia mi ispirò un lungo racconto che descrive il passaggio nella terra degli avi come una piacevole passeggiata metafisica: augurio per tutti di vittoria definitiva sul male e la morte. Piacque tanto a chiunque lo lesse, che uno zio ci fece stampare quaranta copie di un bel libriccino, e me le regalò perché ne facessi omaggio agli amici come ricordo di me. Allora rividi tutti i racconti precedenti migliorandone un po’ lo stile, ne scelsi alcuni molto diversi, ma dalla comune tessitura fantastica, e li pubblicai da me presso Lulu.com col titolo “Racconti di Ultramondo”.
Seguì “Hakuna matata”: un manualetto di Kiswahili concepito durante la costruzione di un impianto di distribuzione dell’acqua in Tanzania, rivolto agli amici della solidarietà operanti in quel paese, nonché in Kenya ed Uganda, e a tutti quanti abbiano affari là. Ma si trattava solo di un intermezzo, e presto ricomparve la pulsione letteraria con un romanzo fortemente autobiografico intitolato “Il diario di Homunculus”. Come ben s’intende dal titolo stesso, io non mi ritengo affatto personaggio da biografie, ma la vicenda è un doloroso intreccio di vita professionale ed affettiva che denuncia come il potere uso a boicottare merito e verità quali minacce sovversive sia una grave pestilenza sociale che distrugge intere esistenze individuali con ingenti danni anche alla collettività, e per questo, a me pare assolutamente degna di essere raccontata a chi queste cose non le sa.
Volevo inglobare nel racconto alcune lettere e storielle di apparente nonsenso, che con amara ironia avevano tratteggiato dall’inizio quel triste periodo di attese tradite, ma questi scritti fanno numerosi riferimenti agli eventi dell’epoca, perciò scelsi per il libro la forma del diario, che con delle annotazioni dirette di tali fatti, lo avrebbe reso alla portata anche di chi in quel tempo non era ancora nato.
Il pubblico “campione” a cui sottoposi il romanzo reagì in vario modo. Io preferisco l’entusiastica recensione della rivista Biella Style e Motori, e la commozione di chi ne era stato protagonista nella realtà, ma ci fu anche qualche silenzio, ed un accenno di disagio per alcune crudezze in tema di sesso. Il comitato di lettura di un noto premio letterario lo stroncò senza pietà, e così, a parte ciò che preferisco, la mia opinione sul valore oggettivo dell’opera è un po’ confusa. Il cinismo di certe scene è voluto sia per fedeltà ai fatti, sia perché a mio avviso trasmette con tremenda efficacia il buio senso di perdizione dell’anima prodotto dalle vicende chiave della storia. Quanto al giudizio professionale emesso dal comitato di lettura al prezzo di un centinaio di Euro, devo dire che non mi parve professionale per niente. In un abbozzo di replica mai inoltrato scrissi: “… La scheda appare striminzita a prima vista, confermandosi alla lettura povera e superficiale, e rivela un tale scollamento dai contenuti del romanzo, da indurre a domandarsi se chi l’ha compilata ne abbia lette più di una decina di pagine a caso, o addirittura se abbia mai letto per intero un libro qualunque.”
A parte l’acida conclusione, sono tuttora dello stesso parere sulla recensione, anche se ciò non vuol dire che ritenga sbagliato il giudizio. Forse un giorno rivisiterò ”Il diario di Homunculus”, e magari lo riscriverò da capo, ma per il momento non mi sembra il caso. D’altra parte, come posso orientarmi meglio, senza il riscontro di un pubblico? Nonostante l’onnipotenza di Internet, di tutti questi libri auto pubblicati ho venduto ben poco più delle copie comprate da me, ma finché nessuno li conosce, non si può dare la colpa a cattiva reputazione dell’autore, che non ne ha alcuna. Per farsi conoscere occorre portare i libri in libreria, cioè avere un supporto di marketing che solo un editore vero può dare… se l’e-commerce non cambierà le cose.
Mentre speranze e delusioni tormentavano così lo scrittore che è in me, nel resto della vita si accavallavano le esperienze che avrebbero generato “Il professor Battista”: anch’esso un’accusa al potere che fa del sopruso un’arma di controllo e di sopravvivenza contro i giusti. Evidentemente, questa pestilenza ammorba il tessuto sociale in profondità, perciò combatterla con i libri non è solo una buona idea editoriale, ma un vero e proprio dovere civile.
Il titolo è un chiaro richiamo al predicatore del deserto biblico. Come lui, infatti, il protagonista è una voce scomoda che grida contro il lassismo, l’ipocrisia e l’omologazione che producono violenza ed ingiustizia, e come lui, egli è osteggiato iniquamente da un potere che di tali “virtù” è specchio fedele.
Questa volta la storia non è autobiografica, tuttavia gli episodi che la disegnano sono in gran parte veri e noti all’autore, il che fa del romanzo uno spaccato autentico della nostra società, nonché un’implacabile analisi dei mali che l’affliggono.
Finora, il libro è arrivato finalista nel concorso letterario “Mangiaparole”, inoltre ha ricevuto sei diverse proposte di pubblicazione e commenti molto favorevoli, fra cui la puntuale ed acuta recensione di Mauro Limiti, che si può trovare scorrendo un po’ all’indietro la mia pagina Facebook “Parole d’autore”.
Non ce n’è una, però, fra le proposte, di quelle case editrici che portano i libri in libreria, che io cerco, e se quanto ho scritto fin qui è vero, viene spontaneo domandarsi perché. Non lo so, ma ho un’idea su cui un caffè lo scommetterei senza problemi, e riguarda le parole omologazione e implacabile che ho usato poco più su. Omologazione è allinearsi all’orientamento culturale prevalente, e anche se non compare nei cataloghi, l’orientamento culturale prevalente è una di quelle “collane” di cui dicevo all’inizio, che tanta sicurezza danno a chi deve investire il proprio denaro sui libri di uno sconosciuto, ma d’altra parte, implacabile è chi non si allinea ad alcunché se non alle proprie idee… il resto vien da sé. Ma allora dove va a finire la libertà di pensiero?
Fortunatamente, il coraggio non è mancato ad una casa editrice digitale, perciò abbiamo sottoscritto un contratto, e “Il professor Battista” uscirà entro maggio in versione elettronica. Per l’edizione cartacea ho provveduto con l’autopubblicazione (ormai sono diventato un editore io stesso), e conto di riuscire a “rompere il guscio” anche così.

I miei libri si possono comprare in tutti i maggiori punti vendita on line. Di seguito ne suggerisco alcuni con i prezzi migliori:

KARìBU

Il professor Battista

VETRINA DI LULU

Grazie dell’attenzione, e a presto

Fernando De Benedictis

DRONI E CELLULE STAMINALI: UN CONFRONTO DI POLITICA ECONOMICA TRA EMILIA ROMAGNA E CALIFORNIA


Da diversi anni seguo attentamente i progressi della medicina rigenerativa nel mondo per un concreto interesse personale legato a certi miei problemi di vista.

Ieri ho letto che una società americana di nome jCyte sta iniziando la seconda fase di sperimentazione di un suo prodotto a base di cellule staminali che promette di restituire la vista ai ciechi. La fase uno è stata superata con pieno successo, e risultati preliminari che fanno sperare altrettanto bene per la due. Poi ne seguirà una terza, e se tutto va bene, in poco più di un paio d’anni si potrà cominciare a praticare su larga scala la cura “miracolosa”.

La jCyte è nata praticamente dal nulla grazie ai finanziamenti di DECINE DI MILIONI DI DOLLARI di un ente pubblico californiano, il CIRM, che aiuta così i migliori progetti nel campo della medicina rigenerativa a diventare concrete realtà industriali ad alta remuneratività.

Pur registrando con soddisfazione la notizia, non ho potuto fare a meno di ripensare amaramente ai casi miei ed alla situazione italiana, poiché qui le cose vanno molto diversamente ed io, ahimè, ne sono un testimone diretto.

Ho brevettato diverse idee, infatti, alcune delle quali pubblicate da importantissime riviste scientifiche, ma diversamente da quanto sarebbe accaduto negli USA, questa mia attitudine mi ha fatto solo dei gran danni.

Mi limiterò a citare il caso dei DRONI per lo stridente contrasto con la vicenda della jCyte, ma purtroppo potrei raccontare anche di peggio.

Nel 1986 brevettai un dispositivo per generare spinta aerodinamica con minor impiego di potenza (e quindi minor consumo energetico) delle normali eliche, e pubblicai un articolo in merito sugli ”Atti dell’Accademia delle Scienze di Bologna”.

Riflettevo già da tempo sulla possibilità di realizzare un drone, e quel dispositivo sembrava particolarmente indicato allo scopo, poiché in caso di successo sarebbe stato un ulteriore elemento di innovazione dell’idea del drone, già rivoluzionaria di per sé.

Nel 1987 aprii il primo studio di progettazione computerizzata tridimensionale di Bologna, e, previa consultazione con la dirigenza della Confartigianato, lo iscrissi in tale associazione.

Naturalmente avevo il problema di trovare dei clienti che capissero cosa offrivo loro, perciò, nella ricerca, esplorai anche il settore pubblico.

Mi imbattei così in una recente legge della Regione Emilia Romagna che stanziava fondi per lo sviluppo di progetti di innovazione tecnologica nelle imprese artigiane.

Stando al testo, la legge era allettante, poiché copriva abbondantemente anche i costi di progettazione, cioè proprio l’attività del mio studio. Calcolai che con quel finanziamento avrei potuto sviluppare il drone senza bisogno di dedicarmi ad altro per tutto il tempo programmato, ma poiché già allora non mi fidavo del modo come in Italia si gestisce il denaro pubblico, stavo già per rinunciare, e dedicarmi esclusivamente alle commesse esterne.

Sfortunatamente, però, ebbi una sponsorizzazione privata che mi avrebbe consentito almeno di iniziare, e poiché, d’altra parte, la funzionaria della regione che mi aveva proposto la legge insisteva che il finanziamento era pressoché certo a condizione di essere un’impresa artigiana con un progetto innovativo, alla fine cedetti alla tentazione imprenditoriale. In fin dei conti, all’artigianato ero regolarmente iscritto, e un progetto innovativo l’avevo, eccome!

La prima domanda fu respinta con la motivazione che il fatturato era troppo basso.

Ricorsi al difensore civico obiettando che l’azienda era stata appena aperta, e soprattutto che quel criterio di selezione non era contemplato nel bando.

La commissione si dimostrò molto contrariata dal ricorso al difensore civico

e suggerì di ritentare l’anno dopo.

L’anno dopo, la domanda fu respinta con la motivazione che il progetto era da ingegneri e non da artigiani, e la Confartigianato, chiamata in causa per questo, si fece di nebbia. Inutile sottolineare i legami politico-economici fra tutte le parti in causa, ad eccezione del sottoscritto.

Una successiva domanda di inserimento in un programma regionale di sostegno alle startup tecnologiche, che erano la naturale evoluzione del mio studio in un’azienda di prototipazione rapida con attività interne ed esterne di ricerca applicata, cadde nel vuoto perché la responsabile della commissione non “credeva” nei droni, e per non dirla così, spiegò che non ne avevo documentato l’impatto commerciale… E come cavolo avrei potuto “documentarlo”, visto che i droni non esistevano ancora?

Intanto gli affari dello sponsor avevano preso una brutta piega, tanto che non fu nemmeno in grado di far fronte all’ultima rata del contributo promesso.

Così il progetto dovette fermarsi alla prima architettura d’insieme, che si può vedere nell’articolo di Aeronautica e Difesa qui allegato, ed ai collaudi parziali dei relativi componenti.

Si potrà dire che il prototipo dell’articolo è piuttosto diverso dai droni attuali, ma all’epoca erano ancora di là da venire sia i motori elettrici adatti allo scopo, sia i relativi sistemi di controllo e regolazione, sia le telecamere Gopro, e inoltre il dispositivo di sollevamento era deliberatamente alternativo alle eliche, con lo scopo di sostituirle come ulteriore innovazione in caso di successo della ricerca.

In ogni caso eravamo in anticipo di decenni rispetto alla comparsa definitiva dei droni, perciò probabilmente saremmo stati i primi ad uscire, con un finanziamento come quelli che i buoni progetti ricevono in America, e forse anche con qualche pregio in più.

Viste le decine di milioni di dollari che il CIRM ha erogato alla jCyte, immagino che sia l’uno sia l’altra si aspettino un consistente e rapido incremento del PIL della California, quando la startup biotecnologica sarà in grado di commercializzare i suoi progenitori retinici per la cura della cecità….

Chissà quanto sarebbe l’incremento del PIL dell’Emilia Romagna, se adesso la regione potesse annoverare un’azienda leader nella produzione di droni e nella ricerca applicata, con tante altre idee nel cassetto, ancora migliori!

DV per FB

FLY

Fly vuol venire a letto IMG-20170312-WA0002[3062]

Pietosamente pulita e composta nella sua cuccia sotto una calda copertina di lana per alleviarne la sofferenza, la piccola micina sfinita emise un ultimo flebile lamento, quindi spirò.

Accovacciati accanto all’amato fagottino rosso, mamma e papà incrociarono gli sguardi impietriti, mentre le loro mani si rincorrevano nelle ultime, disperate carezze sul corpicino esanime come per trattenervi ancora un po’ il calore che se ne andava, e con esso la vita.
Lei scoppiò in un pianto dirotto, lui la strinse a sé per consolarla, ma aveva la morte nel cuore.

Per i vecchi coniugi senza figli, tutto l’amore che la vita offre come un frutto succoso per fingersi degna d’essere vissuta e farsi perdonare gli strazi a cui condanna s’era riversato a poco a poco su loro stessi e quella gattina venuta dal cielo vent’anni prima, concentrando gran parte della ragione stessa di esistere nelle tre perle preziose unite da un destino indissolubile.
Ma ora la vita aveva gettato la maschera senza più alcun pudore, e calando il temuto fendente sul nodo che teneva insieme le perle, ne aveva sfilato la prima.

Il vecchio pensò con raccapriccio alla possibilità di rimanere solo.
Indugiò ancora con la mano sulla testolina inanimata che tante volte gli si era intrufolata fra le gambe mentre lavorava al computer, e strofinandosi ad esse con affettuosa gentilezza gli aveva ricordato dolcemente che c’era chi aveva bisogno di lui.
Era questa certezza a riempire un po’ il vuoto che gli scavava nell’anima il penoso senso di inutilità nei confronti di tutto il resto del mondo.
Come un padre trova proprio nel sacrificio per la famiglia ed i figli l’unico scopo della sua esistenza, così il vecchio cercava la propria ricompensa esistenziale nella soddisfazione di sapersi a sua volta insostituibile sostegno di qualcun altro… Ma non ne aveva occasione con gli umani.
In casa, ultimamente era la moglie, semmai, ad occuparsi di lui, ormai quasi cieco, e quanto agli altri suoi simili, la mano tesa a quelli che ne avevano davvero bisogno era sempre afferrata da chi invece poteva far passare il gesto per una concessione sua, e ingrassare così col cibo rubato dal piatto degli affamati.
Persino il vescovo che era venuto a chiedere l’acqua per i quattromila parrocchiani del suo polveroso villaggio africano aveva tentato in tutti i modi di stornare il denaro dalle brocche per cose come i SUV che rappresentassero in modo più eloquente il suo potere, e non essendoci riuscito, quando alla fine l’acqua era zampillata gratuitamente dalle fontane sparse qua e là fra le capanne, s’era rivenduto l’impianto frutto di generosità ingannate a chi l’avrebbe fatta pagare cara.

Fly non conosceva inganno.

Fly era tragicamente sincera, quella torrida notte di luglio di vent’anni prima, mentre invocava disperatamente aiuto con il suo miao, miaoo, miaooo ininterrotto e sempre più debole.
Era sincera quella notte, né mai lo tradì.
Sono gli uomini che tradiscono. Fly non covò mai che amore, nell’accoccolarsi fiduciosa fra le sue braccia, quando lui se la portava al cuore per regalarle il rassicurante tu-tum, tu-tum che la madre le aveva negato dal primo respiro.

Era stato suo nipote Erech a darle quel nome.
Respinto dalla povera gatta inaridita, il minuscolo esserino rosso cui stava largo un palmo delicato di donna era precipitato nel cortiletto di sotto dal terrazzo al primo piano, e poiché era sopravvissuto per miracolo al volo mortale, il bambino, impressionato, l’aveva chiamato così.
Anche perché la rovinosa caduta notturna non era stata che l’acconto del salatissimo prezzo pagato dalla neonata per conquistarsi il nome ed un posto nel mondo. Al momento dell’investitura, la sera del giorno seguente, la piccolina aveva già combattuto e vinto altre epiche lotte più di un eroe greco, con la sola forza della sua indomabile voglia di vivere.

Impietosito dai lamenti, il villeggiante s’era alzato all’alba per darle un po di latte, e la cercava.
La gattina forse aveva ancora gli occhi chiusi e comunque non era certamente in grado di capire nulla, ma un potente e misterioso istinto di sopravvivenza la spingeva verso i richiami dell’uomo.
Dalla piccola aiuola rotonda dov’era precipitata, era riuscita ad arrampicarsi sul piancito superando lo spessore delle mattonelle di cotto, e lì arrancava verso quei suoni strisciando sulla pancia.
La testolina era poco più grande di una nocciola; l’enorme piede la sfiorò posandosi ad un paio di centimetri appena, senza che il gigante se ne accorgesse.
A quel tempo l’uomo riusciva ancora a vedere abbastanza bene, con le lenti a contatto, ma si aspettava di trovare un cuccioletto vispo e magari vistosamente colorato di bianco e di nero… non l’aveva proprio notato quel ranocchietto “spalmato” sul pavimento dello stesso colore, che non riusciva nemmeno a stare in piedi.
Per fortuna, dalla finestra la moglie osservava le operazioni con il suo proverbiale sguardo di lince, si avvide del pericolo appena in tempo, e con un urlo agghiacciante trattenne a mezz’aria il passo successivo del marito, riuscendo ad evitare la tragedia per un soffio.
Il gigante raccolse la cosina inerme con un tuffo al cuore.
L’aiuola da cui era spuntata era tappezzata dei frutti caduti dall’arbusto che vi cresceva, e le capsulette irte di spine, un po’ più piccole dei grani di pepe, le si erano attaccate al pelo dalla testa ai piedi peggio di zecche.
Come non bastasse la tremenda fame, ci mancava anche quest’altro insopportabile tormento per il tenero corpicino dal delicato pelo rossiccio!
L’uomo rivolse un pensiero risentito a Dio: “E che gravi peccati avrebbe mai commesso questo esserino qui?” Gli domandò bellicosamente, senza ottenere risposta.
Era in rotta con Lui, e non gliene mancavano le ragioni.
La mala sorte che si accaniva da sempre contro la sua famiglia come irridendo gli inutili affanni dei genitori per sottrargliela; quel grave problema agli occhi che minava dall’infanzia lui e la sorella insidiando il loro futuro; i figli che aveva tanto desiderato e che non erano mai venuti ad allietare i suoi giorni; la recente morte del cognato con il grande vuoto che aveva lasciato a moglie e figli, e la solitudine di lei, senz’altra eredità che i due bambini bisognosi di tutto, ed un lavoro precario per dar loro tutto ciò che poteva…
Era da tempo, infatti, che l’uomo soffriva di un malessere crescente per i mali del mondo, e non riuscendo a risolverne la contraddizione con un Dio onnipotente ed infinitamente misericordioso, tendeva a darne ogni colpa a Lui…
“Sempre che Tu esista, naturalmente!” Soggiunse con fare provocatorio, senza tuttavia ottenere risposta anche questa volta.

Le cure della sopravvissuta rubarono il mare a lui e sua sorella per l’intera mattinata.
Amavano gli animali perché li avevano avuti intorno fin da piccoli, loro; la moglie, invece, doveva ancora convincersi che esistessero davvero, dato che fino ad allora ne aveva visti solo in cartolina, perciò aveva preferito accompagnare i bambini in spiaggia.
Ma ad onor del vero va detto che prima di uscire s’era attardata un bel po’, ad osservare le operazioni di soccorso.
Per nutrire il gattino, che solo molto tempo dopo si scoprì essere una femmina, i fratelli gli davano con un contagocce latte e zucchero diluiti in acqua, e intanto lo liberavano dagli infernali granelli spinosi, ben attenti a non fargli ancora più male. Bisognava evitare di tirare i peli alla radice, per non strapparglieli insieme a quelle dannate palline puntute.
A questo scopo, se le inserivano sotto l’unghia del dito medio, bloccando i peli con il pollice contro il bordo dell’unghia stessa in modo da lasciare nel tratto esterno i grani spinosi, dopo di che li sfilavano con l’indice dai grovigli, tirando su quella stretta fra unghia e pollice anziché sulla pelle.

Al rientro dei bagnanti la disinfestazione era ancora a metà, di conseguenza quel giorno si pranzò molto tardi, ma nemmeno i bambini se ne lamentarono, ed anzi, ormai all’inizio di una profonda “conversione”, anche la zia volle accarezzare il piccino.

Non sapevano se era caduto dal terrazzo accidentalmente o se l’aveva spinto fuori la madre, e poiché la cosa migliore per il micino era che crescesse da gatto allevato dalla gatta, lo esposero alla sua vista sperando che lo riprendesse, e lei lo fece.
Quel pomeriggio la Calabria sembrò ancora più bella ai villeggianti felici del loro successo.
La sera, però, nel buio del cortile i miagolii risuonavano di nuovo, supplicanti e sempre più sommessi.
Preso dall’angoscia, l’uomo non poteva stare ad ascoltarli senza fare qualcosa. Andò in giro a rompere le scatole a tutto il vicinato per trovare una pila, e quando n’ebbe ottenuta una, si mise di nuovo in cerca del reietto per regalargli un po’ di calore.
Lo trovò in una pila di tavelloni accatastati contro un muro.
Era rannicchiato in un foro dei lunghi mattoni come nella galleria in fondo alla quale le anime dei morenti vedono finalmente la luce dell’amore.
Di fronte a tanto disperato attaccamento alla vita, l’uomo si vergognò di aver desiderato talora di morire. Raccolse con delicatezza il valoroso involtino tremante provando un altro violento tuffo al cuore, e comprese che nulla avrebbe mai più cancellato quell’emozione dai suoi ricordi più belli.
Fu dopo l’ultima poppata col contagocce al termine di quel giorno drammatico che Erech battezzò la gattina con il nome nobile e bello che l’avrebbe distinta per sempre.

Fly visse tenacemente anche dopo, offrendo sempre strazianti lezioni di dolcezza. Così gelava l’anima, facendosi trovare la sera dietro il frigorifero, in cerca del calore di cui aveva tanto bisogno sul metallo della serpentina, ma poi regalava anche la meravigliosa soddisfazione di sentirsi un rifugio accogliente e sicuro, quando s’arrampicava sul petto di chi ce la prendeva per nutrirla con gli occhi negli occhi e per darglielo col proprio corpo, quel calore, insieme al suono che l’aveva cullata ogni momento, finché era stata nel ventre confortevole della madre.

L’uomo e la sua amata consorte non avevano ancora deciso il loro destino di papà e mamma, quando si trattò di risalire al Nord.
Data la ancora scarsa propensione della moglie al pensiero di convivere con un animale, s’era rassegnato anche lui all’idea di dare Fly in adozione a qualche amico o parente che già ne aveva, ma per questo dovevano comunque portarla con sé, e così fecero.
Dormiva tranquilla, la micina, mentre risalivano la penisola in auto e lei stava nella gabbietta per passeri che era l’unico trasportino trovato in paese, ma poi s’appiattiva sulla pancia con le orecchie abbassate come supplicando di non abbandonarla, quando si fermavano per sfamarla all’aria aperta, e la facevano uscire fra le stoppie di un campo di grano.
I coniugi senza discendenza non osavano ancora dirlo, ma sentivano dal profondo che ognuno di quei gesti era un nodo in più al dolce legame col mite cuccioletto rosso, e che quel legame non si sarebbe sciolto mai più.
La conferma venne presto. Come ispirati da un destino che non voleva ostacoli al suo disegno, amici e parenti che avrebbero potuto adottare il micio declinarono gentilmente l’offerta con le scuse più ridicole, e così Fly entrò finalmente in casa sua.
Restava solo da conquistare il letto.
Attento ad assecondare il delicato adattamento della moglie evitandole dei mutamenti radicali all’improvviso, di notte l’uomo chiudeva la porta della camera, sapendola ancora impreparata a lasciare che un gatto le passeggiasse addosso durante i suoi sogni… ma infine fu lei stessa a volerla aperta “per respirare un po’ d’aria fresca”, e dopo che ebbe imparato a comprendere il linguaggio dei morbidi passi sul cuscino, non riuscì più a trascorrere una notte senza ascoltarne il sussurro.
Ma era maschio o femmina, quel batuffolo rosso che le impediva di dormire scompigliandole i capelli? In un gattino piccolo è difficile capirlo. Anche le due veterinarie dell’ambulatorio sotto casa davano versioni opposte, seppur entrambe con valide argomentazioni scientifiche. Un giorno, però, Fly mise d’accordo anche loro rivelandosi definitivamente la femminuccia che credevano i suoi grossi amici a due gambe, e con questa certezza, la consacrazione genitoriale della coppia s’era compiuta.

“Ma non sarà muta?” Domandò un giorno la “nonna paterna”, che non l’aveva mai sentita miagolare, e in effetti, Fly pareva averlo dimenticato.
Strappata all’abisso del nulla da mani umane che poi l’avevano profumata di coccole e latte in polvere, si credeva forse un bambino obbediente.
E proprio come il babbo di un frugoletto curioso, l’uomo si divertiva più che al cinema, quando in campagna lei lo seguiva passo passo tra i fiori dei campi scansando con cura erbacce e sassolini. Ma quando poi la micia osservava il traffico d’insetti intorno al rivolo d’acqua che spariva nel tombino, anche la mamma non si stancava di rimirare sorridendo la comica: somigliava più ad un ricercatore di National Geographic che a un sadico felino cacciatore, con quel suo oscillare la testa di qua e di là per seguire le “prede” una ad una senza muovere un piede nemmeno per grattarsi.
Quanto poi ad arrampicarsi sugli alberi, sembrava che Fly lo considerasse una bravata da ragazzacci di periferia.
Tentare di ricordarle che era un gatto era doveroso per dei bravi genitori, e in effetti gli umani che l’avevano adottata ci provarono in diversi modi, ma non sempre con i risultati sperati.
Il babbo riuscì a convincerla ad esprimersi di nuovo in “gattesco” miagolando lui stesso ogni volta che si sentiva al riparo dagli sguardi di chi potesse prenderlo per matto, ma non servì a nulla che rischiasse ripetutamente il suo ormai datato osso del collo scalando qualche alberello per mostrarle che oltre a farcisi le unghie ci poteva salire sopra… E nemmeno servì che la mettesse sull’albero lui, visto che ad ogni tentativo la micia saltava subito giù come se quello fosse l’albero proibito.
Invece balzava sui davanzali e faceva l’equilibrista sul muretto di un terrazzo, o fuori dalla ringhiera dell’altro, lungo vie immaginarie larghe pochi centimetri e tracciate quasi nel vuoto, che vedeva solo lei.
Papà e mamma tremavano, nel timore di vederla volare giù dal quarto piano come se volesse onorare il suo nome, immemore di quanto le era già costato. Volevano proteggerla, ma senza imprigionarla in un bunker privandola del suo sguardo libero sul mondo, misero allora reti ai terrazzi e zanzariere ai davanzali, e attraverso quelle grate sicure, seguivano il volo dei piccioni in cielo insieme a lei.
Facevano tutto il possibile perché la sua vita scorresse serena e al riparo dalla cattiveria del mondo.
Soprattutto, non la lasciarono mai sola.
Era tanta la pena per le sofferenze che la loro bimba aveva patito venendo al mondo, e per lo sgomento in cui doveva averla gettata l’abbandono della madre, che erano decisi a farglieli dimenticare per sempre come se ne sentissero la colpa su di sé, e volessero quindi ripagarla in tutti i modi per tanta inutile crudeltà.
Così la portavano con sé ogni volta che era possibile, e se, viceversa, nessuno dei famigliari più affidabili era in grado di andare ad abitare a casa loro per accudirla e tenerle compagnia durante un periodo di lontananza, rinunciavano anche a viaggi e vacanze. Restavano a casa anche loro, pur di non peggiorare il trauma della separazione “deportandola” nelle squallide gabbie di un albergo per animali, o anche a casa della nonna, che per quanto fosse un posto accogliente le era pur sempre estraneo.

Dal canto suo, Fly li ripagava giocando. Ciò potrebbe anche far sembrare puerili i due umani, ma allora tutti i genitori lo sono, visto che si divertono ai giochi dei figli più degli stessi bambini.
Dunque che c’è da ridire, se i due coniugi soli godevano della stessa gioia grazie alla loro gattina?
Lei giocava a calcio meglio di Maradona, anche se forse sperava che il “pallone” si tramutasse in un topo da un momento all’altro. Questo era una specie di tubero bitorzoluto fatto con tante palline di gomma di tutti i colori saldate fra loro a grappolo, che mamma e papà le avevano regalato in occasione di un Natale, e lei aveva subito apprezzato moltissimo. Lo inseguiva per la stanza passandoselo da un piede all’altro ad una velocità difficile da inseguire persino con lo sguardo, poi si fermava di botto ad osservarlo piantandoci contro il naso, gli dava un colpetto con un piede per fargli riprendere vita, e ricominciava daccapo finché il gioco non la stufava. Allora dava un calcio indispettito a quel topo così poco collaborativo spedendolo sotto un mobile, e se ne andava a dormire.
Adorava il basket, anche, e impazziva per il fruscio un po’ metallico della carta per dolci.
Appena papà alzava gli occhi dal computer e scartava una caramella o un cioccolatino per fare una “partita”, lei drizzava le orecchie ovunque fosse, e accorsa ai suoi piedi, lo fissava con gli occhi spalancati. Naturalmente lui non s’era nemmeno sognato di cestinare la pallottolina prima di quel momento; con qualche finta teneva l’amica ancora un po’ sulla corda, e quando la vedeva al massimo della tensione faceva finalmente il lancio nel cestino della carta.
Come se gli avesse letto nel pensiero, lei sembrava scattare sempre un attimo prima, si tuffava a capofitto nel bidone di plastica, ripescava immancabilmente la pallottolina giusta, e poi cominciava a giocare a pallone anche con quella.
Era bello occuparsi senza risparmio della loro bambina pelosa, ed erano giorni felici, quelli, nonostante il passare del tempo ed il susseguirsi delle tempeste al seguito.

Naturalmente c’era chi criticava tanta abnegazione “per un gatto” – come dicevano con malcelato disprezzo – ma l’uomo rispondeva che Fly non l’aveva mai deriso per come miagolava, anzi ci si era adeguata riprendendo a miagolare a sua volta, e quando lo vedeva triste evitava di lamentarsi se la ciotola era vuota, ma gli si accoccolava in braccio per consolarlo con la sua presenza silenziosa e fedele.
Invece gli avevano riso in faccia persino i togati custodi della legge, sentendogli dire che aveva fiducia nella giustizia… Era capitato più di una volta contro corrotti e predoni, ed era capitato contro quelli che nell’udienza a sei occhi sedevano accanto al magistrato.
Invece creava più astio che gratitudine la guerra contro l’ignoranza che lui combatteva con generosa lealtà per i propri alunni: c’era il pericolo di doversi assumere delle responsabilità anche prima di mettere su famiglia, se avesse vinto. I più “devoti”, quindi, lo avevano ricompensato rovesciandogli addosso una montagna di ignobili calunnie. Di rimorsi per la vigliaccheria nemmeno l’ombra: l’importante era rimanere bambini in eterno.
Invece c’era sempre un potere colluso e malsano dietro le false accuse che permettevano ai disonesti di sopraffare un innocente.

Sapevano benissimo, i due coniugi soli, che l’amore per un figlio è il sentimento più forte che si possa provare, come pure sapevano che senza amore l’esistenza è una mansione da robot, o una specie di vuoto videogioco, ma per loro, queste erano state nozioni semi astratte quasi come le fette di torta di un problema di matematica, fino all’arrivo di Fly. Era stato grazie a lei che avevano potuto assaporare la torta vera, provando forse le stesse emozioni di genitori tutti concentrati a fare da scudo alla vita dei figli, e sempre grazie a lei avevano anche potuto capire sulla viva carne che l’essenza stessa dell’amore è proprio questo dono totale di sé.
La gattina rossa precipitata dall’alto era dunque l’unico dono ricevuto dal Cielo, agli occhi loro, ovvero un angelo della Provvidenza mandato a dare un senso anche alla solitudine, perciò non ammettevano censure sulla loro bizzarra famigliola, e insistere a farne oltre il primo altolà era il modo migliore per buttare alle ortiche la loro amicizia.
Protettivo attraverso il suo bisogno di protezione, il piccolo angelo rosso assicurava uno squarcio di sereno al vascello in cui navigava con i suoi cari sotto un cielo in tempesta, ma questa infuriava, intorno, e il tempo, nemico mortale del creato, ne era il signore oscuro.
Un rovescio, un’ingiustizia, un tradimento, una persecuzione, il congedo dal lavoro nell’oblio fra tutti gli altri in festa.
Il tempo scandiva le frustate della vita all’anima innocente.
Il suocero, sua madre, suo padre, tanti zii e già troppi cugini, un esercito di amici.
Il tempo ritmava le tristi defezioni dei cari dal mondo più vicino e amato.
Un dolore di qua, uno di là, una malattia più incarognita del solito, l’entusiasmo che scemava in tutte le cose insieme all’energia che ci voleva, ma soprattutto quell’ombra maledetta che calava inesorabile davanti agli occhi.
Il tempo orchestrava le percosse della brutta bagaglia.
Sembrava che s’accanisse col babbo, in particolar modo.
Lui si sentiva come Ulisse in balìa del canto ammaliatore delle sirene, e come Ulisse resisteva all’incantesimo legato al suo scopo supremo, anch’egli resisteva alle frustate, alle sciagure ed ai colpi del tempo, legato alla creatura che con ogni sforzo cercava di sottrarre al male.
Ma come quella brutta bagaglia della vecchiaia, il male è, anche, figlio del tempo, e nemmeno un piccolo angelo rosso piovuto dal cielo sfugge alle angherie di quella cosca malavitosa, anzi, il suo tempo scorre più veloce ancora, purtroppo.

Un giorno di primavera come tanti, Fly stava prendendo lo slancio per saltare sul davanzale della camera. Doveva essere di domenica, poiché il babbo poltriva ancora sul letto e la osservava in attesa di ammirarne il balzo.
Ma come un atleta che sente di non farcela, lei interruppe lo scatto a mezz’aria graffiando il muro, poi rinunciò con l’aria avvilita.
Colto da una tenerezza improvvisa e malinconica, papà si alzò, la prese in braccio e la pose sul suo osservatorio prediletto, accarezzandole la testolina docile fra le orecchie per consolarla.
Lui non era più giovane, allora, ma forse la giovinezza della sua amata bambina era già un po’ meno in fiore della sua.

Il vecchio ricordò la scena con la stessa stretta al cuore di quella volta.
No, non era stato un giorno come tanti, quello: col brutale memento della sua legge crudele, il signore oscuro ne aveva fatto un amaro passaggio.

Ad ogni modo, il vascello navigava ancora sicuro sui solidi legni dell’amore, nonostante lo squarcio di sereno si stesse restringendo.

Quando cambiarono casa, l’uomo s’era ormai rifugiato in pensione, disgustato dai suoi simili.
C’è una quota consistente di malvagità umana nel male assoluto, e chi dice, poi, che non sia davvero in essa la colpa originale per l’avvento del tempo stesso?
Ma se così è, non basteranno mille generazioni ancora a por fine alla fine di tutto con la vittoria del bene. Per l’uomo, dunque, la storia sarebbe finita con Fly, e agli occhi di strenuo combattente della guerra infinita che egli era, ciò ingigantiva a dismisura il senso opprimente di vuota inutilità della sua vita senza di lei.
Sua moglie, invece, era ancora prigioniera del lavoro.
Più giovane, era rimasta vittima dell’infamia politica che incatena al remo della galera fino all’orlo della fossa, di conseguenza stava fuori casa per gran parte del giorno, cosicché la dolce gatta dai grandi occhi imploranti ed il suo fedele amico a due gambe divennero l’una la sola ed inseparabile compagnia dell’altro per tutto il tempo che seguì.
Fra una partita a pallone, una a basket, una passeggiata in terrazza, una merenda ed una pennichella fianco a fianco, sempre che lei non preferisse incoronargli la testa sul cuscino, erano diventati un tutt’uno.
Erano sempre nello stesso posto, e qualche volta occupati anche nelle stesse faccende come per esempio il pranzo.
Anche se l’umano preparava prima per la gatta, lei gironzolava qua e là come se non avesse fame, ma appena il suo amato si sedeva a tavola e cominciava a mangiare, ecco che compariva trotterellando dal corridoio con le orecchie da lince puntate sulla sua ciotola, e dopo una rapida annusatina per capire se il menu era di suo gradimento, faceva altrettanto anche lei con la foga di una randagia affamata.
Fly aveva persino abdicato al suo trono per stare più vicino all’adorato papà. Era, questo, il grande letto matrimoniale dei suoi, che dal giorno della conquista, poco dopo l’ingresso in famiglia, era diventato il suo regno incontrastato. Con aria regale, ci si piazzava in mezzo a mo’ di sfinge per tutto il tempo che non giocava o mangiava, e ciò poteva voler dire anche una ventina di ore al giorno.
Da quando in casa rimanevano quasi sempre loro due soli, però, aveva preso a passare gran parte di questo tempo sdraiata a terra nello studio proprio dietro la poltrona a rotelle del babbo, col rischio anche di venire travolta, nel caso di una sua retromarcia distratta.
Per farla stare comoda e al sicuro, allora, papà e mamma le avevano costruito un confortevole “monolocale” con una scatola di cartone.
Da brava bimba con ascendente gatto, infatti, Fly adorava infilarsi nelle scatole.
La mamma se n’era procurata una delle sue dimensioni al supermercato, il babbo aveva ritagliato su uno dei lati lunghi un bell’ingresso a mezzaluna che faceva anche da veranda e poi, insieme, i due avevano comprato un soffice materassino rosso che ci stava a pennello e lo avevano disposto sul fondo.
Completarono l’operazione collocando il monolocale dietro alla poltrona, sotto la sporgenza del tavolo fra bordo e gambe in modo che fosse ben protetto anche da accidentali cadute di oggetti dall’alto, e mentre lo facevano, l’inquilina girava loro intorno controllando tutto attentamente come un esperto direttore dei lavori.
Al termine, s’insediò subito nella nuova proprietà senza bisogno di alcuna spiegazione, e con la stessa felicità di una terremotata che l’avesse attesa da una vita.
Naturalmente di notte ritornava al calduccio fra i suoi due grossi “ciambellani” nel regno del lettone, ma dal giorno in cui l’ebbe inaugurata, la nuova villetta rimase per sempre la sua prediletta residenza diurna.
E poi c’è ancora chi crede che gli animali possano agire solo “per istinto”!

Un brutto giorno poco dopo i diciott’anni, Fly lanciò un urlo agghiacciante.
Erano in casa tutti e tre, in quel momento. Allarmatissimi, papà e mamma la raggiunsero nel corridoio.
Era accasciata sul posteriore e non riusciva a rialzarsi.
La portarono d’urgenza alla clinica veterinaria. Là, rimase solo lui ad accudirla durante la visita: la mamma aveva dovuto scappare via di corsa per non fare tardi a scuola.
Un ictus.
Sulla via del ritorno, il tassista osservava nello specchietto retrovisore quel vecchio uomo in preda allo sconforto, con il trasportino sulle ginocchia ed il viso inondato di lacrime senza ritegno.
Anche il tassista aveva avuto un gatto, e avrebbe voluto consolarlo, ma non sapeva cosa dire.
Il vecchio era preparato da tempo all’ineluttabilità della morte, anzi, il pensiero della sua lo aveva addirittura blandito più di una volta, ma Fly era un pezzo importante di sé che se ne stava andando, e perdere lei sarebbe stato peggio che perdere un braccio o una gamba. Ma poi, soprattutto, ciò che più lo atterriva era che il destino potesse unire la beffa alla sua crudeltà, e chiamare lui stesso a decidere di ammazzarla. Sì, ammazzarla, diceva, perché sopprimerla gli sembrava un’ipocrisia, e a lui ripugnava anche solo l’idea di far ammazzare l’amica più cara di un’intera vita.
Sua madre ne aveva avuti sette, di gatti, ed erano morti tutti nel conforto della sua vicinanza amorevole, senza bisogno di ammazzarli… Così voleva essere anche lui, e pregava Dio di non costringerlo a presentarsi negli ultimi istanti dell’adorato sguardo come se fosse un traditore.
Dio gli mandò qualche altra dolorosa prova, ma per il momento lo esaudì.

Delle proverbiali sette vite in dotazione ai gatti, una, a quanto sembra, è grazie ad un sistema vascolare capace di rigenerarsi rapidamente e con buona efficacia. In capo ad una settimana di eroici sforzi, infatti, Fly era di nuovo in piedi e camminava con grande dignità.
Le sue battaglie non erano ancora finite, però.
Pochi giorni dopo quella prima vittoria, cadde in uno stato di prostrazione comatosa come se lo spietato nemico del mondo, il tempo, si volesse far beffe della valorosa resistenza stroncandola subito con la sua ultima e fatale rappresaglia.
Sembrava ormai alla fine, la poverina, raggomitolata nella sua scatola di cartone senza mangiare né bere per tutto il tempo.
I fedeli amici umani ne vegliavano l’immobilità senza traccia di vita con un opprimente senso d’impotenza, ma al tempo stesso sostenuti da una speranza incrollabile, e forse fu proprio questa fede quasi religiosa a far emergere dall’angoscia la cura che salvò Fly.
Affidandosi ad un’improvvisa intuizione, per qualche giorno essi smisero di darle la medicina per la pressione che l’aveva aiutata a riprendersi dall’ictus, e rifiorendo d’incanto, lei si riprese finalmente anche dal coma.
Era stato il suo papà umano a voler fare quel tentativo, per altro senza alternative.
Mentre contemplava sconsolato l’inferma esanime, gli era sembrato di aver già visto una scena simile la volta che suo padre era svenuto a causa di un calo di pressione eccessivo, e sotto l’influsso del ricordo, egli aveva deciso sui due piedi di interrompere la somministrazione del farmaco. Non sapeva se facesse bene o no, ma rotto per rotto doveva tentare. In fondo il medicinale era per uso umano, e su di lei che pesava trenta volte meno il dosaggio poteva essere eccessivo, alla lunga.

Per questo o per chissà quale altro miracolo, andò bene.
Evidentemente Fly doveva avere anche più di sette vite, considerate tutte le violente battaglie che aveva combattuto e vinto nella terra di mezzo tra la vita e la morte.
“Highlander!” Esclamò un’amica della mamma con aria trionfale, strappando un luminoso sorriso anche a papà.

Ad ogni modo, la dolce gattina non fu più in grado di saltare sul letto, purtroppo, e anche il suo passo normale era rallentato, con una gambina di dietro che si affaticava più delle altre; inoltre la pressione andava comunque tenuta sotto controllo, sebbene a dosaggi adeguati, e insieme, tutto ciò era un monito permanente a non dimenticare mai l’incertezza del domani.

Papà e mamma osservavano nella loro figlioletta adottiva le amare tracce del cammino inesorabile della vecchiaia con immenso dolore. In una famiglia umana sono i figli a scorgerle nelle fatiche dei vecchi genitori, e anch’essi se ne addolorano, ma il rinnovo della vita nei figli loro stempera il dolore portando con i virgulti un senso nuovo, mentre per i genitori senza prole di Fly non era così: non c’era speranza di consolazione nel loro orizzonte.
Come la più devota delle coppie con un bambino in ostaggio ad una malattia debilitante e senza scampo, i due anziani coniugi si dedicarono allora anima e corpo ad addolcire quanto più potevano i giorni della loro amata per godere insieme a lei ogni istante che il destino concedeva. Avevano imparato ad apprezzare come mai prima il dono inestimabile del presente, perciò non si prefiggevano altro scopo che viverlo fino in fondo così.

Traslocarono la villetta di Fly dallo studio alla camera da letto per non farla sentire esiliata e sola di notte, ma presto loro stessi provarono un senso acuto di vuoto, senza il suo corpicino in mezzo a tenerli uniti anche nel mondo dei sogni. Così, una sera che papà, come d’abitudine, prima di andare a letto le stava accarezzando la testa per sentirsela spingere contro il palmo della mano con un fremito delle orecchie, fu sopraffatto ancora una volta da quegli occhioni dolci che dal primo giorno di vita gli chiedevano di prenderla con sé, e ancora una volta egli lo fece senza pensarci un attimo.
Sotto le lenzuola, la mamma sorrise in silenzio fingendo di dormire, ma subito dopo preferì sfilare un braccio dalle coperte per accarezzarla a sua volta, e in questo modo la cara intimità dei tre riprese ogni notte quasi come prima.
Poco importava il “quasi”, cioè svegliarsi quando lei cominciava a camminare sui cuscini per far capire che aveva fame o qualche altro bisogno, aiutarla a scendere, aspettare che tornasse dai suoi vagabondaggi notturni da felino, riprenderla su e tornare a dormire: per la loro bambina avrebbero fatto ben altro.

Fly si adeguò immediatamente a queste nuove abitudini.
Conosceva perfettamente tutti gli orari di casa, e a seconda che avesse voglia della quieta “trinità” notturna prima o dopo, si faceva trovare ai piedi del letto dalla mamma o dal babbo con incredibile puntualità… Ma poteva capitare anche che andasse lei a suonare la ritirata a quei tiratardi, se si trattenevano troppo nelle loro bizzarre faccende umane.
Si fece rimettere il monolocale dietro la poltrona del babbo, e ovviamente stava raggomitolata là dentro quasi tutto il giorno. Forse era presa dalle epiche cacce che poteva solo sognare, ma forse era addirittura impegnata ad abbellire di sé un mondo migliore… e questa era l’idea preferita dalle due care persone che vivevano per lei.
Aveva cominciato, anche, ad addormentarsi direttamente sui piedi del babbo, per concentrarsi meglio nelle sue meditazioni, e lui non osava muoverli di un millimetro, per paura di essere sbalzato fuori dal suo regno incantato.

Papà era ormai praticamente cieco.
Per fortuna riusciva ancora a lavorare al computer, sebbene a fatica, ma vedeva solo in una zona molto ristretta e ben illuminata davanti a sé, perciò difficilmente si accorgeva dell’ombra furtiva che gli girava fra i piedi nella penombra, quando si muoveva a tentoni per casa, e una volta le aveva anche pestato la coda strappandole un urlaccio.
Gli era dispiaciuto moltissimo, naturalmente, però non era stata solo colpa sua, piuttosto del tempo, invece. E’ sempre quel sadico nemico giurato del creato, che gode ad affliggere il mondo per mezzo del mondo più caro.
Il fatto è che quando era sveglia Fly amava molto passeggiare, e soprattutto seguire ovunque il suo adorato papà, ma col passare del tempo si stancava sempre più e sebbene, da combattente nata qual era, non rinunciasse mai a gironzolare per casa, sempre più spesso si appoggiava a muri e stipiti per riposarsi, o addirittura si accasciava a terra per un po’. Questo rendeva ancora meno prevedibile la sua posizione, e più alto il rischio che il babbo la calpestasse di nuovo, allora lui s’era messo addirittura a strisciare i piedi come un paralitico, pur di non farle male un’altra volta… ma se, così o con l’aiuto della moglie che gli faceva da vedetta, lui riusciva faticosamente a non essere complice del teppista che odia l’amore, men che mai il tempo placava il suo odio.

Com’è come non è, però, si vede che talvolta l’amore può bastare a sé stesso, perché malgrado le bordate del nemico, l’indissolubile terzetto visse ancora molti giorni sereni e felici, nel calore della propria intimità.

Una volta Fly si sostituì addirittura alla Protezione Civile salvando la casa da un’inondazione.
Già da molto tempo i suoi genitori umani la consideravano un angelo inviato dal cielo, ma con quell’impresa lei si guadagnò anche una fulgida aureola, e così, fra quelle mura, l’evidenza elevò a prediletta certezza la sua reputazione celeste.
Nel diario che teneva, papà annotò il fatto così.
MIAOOOOO!!!!!

A volte Fly avvisa sonoramente, se le scappa dove non deve.
La mamma è accorsa trafelata temendo il peggio, ma non era di gattesca pipì la marea che avanzava minacciosa nella stanza, e già lambiva la villetta di cartone della micia inzuppandone la base.
Nel lavello del bagno stracolmo, il materassino rosso del suo giaciglio fluttuava nel morbido ammollo odoroso di bucato, mentre un getto d’acqua come d’idrante antincendio erompeva con furia dal rubinetto che pareva sgozzato, e soverchiando l’ingoio difensivo del “troppo pieno”, dilagava ormai sul pavimento a valle senza trovare più alcuna resistenza.

La bonifica è costata molti stracci strizzati e un bel mal di schiena, a forza di svuotare il mastello nel water, ma grazie al tempestivo allarme di Fly IL PARQUET È SALVO.
Al pari di Hendrick, il bambino che salvò l’Olanda dall’alluvione tappando il buco nella diga con un dito, l’eroica gattina ha salvato la sua famiglia dalla furia delle acque con un potente miaooooo, e adesso, sul comò, la statuetta in bronzo di un micio rosso con la coda su si strofina alle gambe del bambino biondo venuto dall’Olanda, con gli zoccoli ai piedi e le calze giù.

Ma la gioia del presente era intrisa di malinconia, benché ogni momento passato insieme fosse un bel regalo per tutti e tre.
Il fato era in agguato dietro alla falsa innocenza del tranquillo fluire del tempo, e nell’aria aleggiava il suo alito feroce.

Fly aveva avuto la cistite altre volte, in passato, ma non era mai stato un problema. Fin dalla prima somministrazione dell’antibiotico gli spasmi della pipì si calmavano, e in capo ad una settimana di cura era già tutto nel dimenticatoio da diversi giorni.
Ma questa volta sembrava particolarmente riluttante ad assumere la medicina, e il quarto giorno non ne voleva proprio più sapere.
Il babbo interruppe la cura, preoccupato.
La notte tremava convulsamente e batteva i denti, mentre lui la prendeva a letto.
Poi smise di mangiare ed anche di bere.
Il veterinario disse che non ce l’avrebbe fatta, se non avesse ripreso a nutrirsi, ma per questo non doveva indebolirsi troppo, perciò papà e mamma le davano dei cibi semiliquidi con una siringa e lei, poverina, li mandava giù, anche se forse avrebbe solo voluto che la lasciassero in pace.
Il cortisone non sortì alcun effetto, e nemmeno con gli anabolizzanti tornò in lei quell’invincibile forza vitale che tante volte l’aveva fatta trionfare sull’oblio.
Giaceva nella sua scatola come un indumento vuoto, la testa completamente inerte sul cuscino, finché, quel maledetto giorno…
………
anche lei morì.

A letto, nella silenziosa oscurità della notte, il vecchio piangeva, piangeva, piangeva.
Gli mancava maledettamente quel vellutato fagottino peloso fra lui e la moglie, che per quasi vent’anni aveva diviso sonni tranquilli con loro come un eterno bambino, quella leggera pressione sopra le coperte che le faceva adagiare lentamente sul suo posto nel mezzo, scoprendo loro la schiena o il davanti accanto ai bordi del letto, la testolina amica dalle orecchie frementi che gli s’appoggiava teneramente alle gambe cercando affetto e carezze nelle mani fidate.
Di chi si sarebbe più occupato, lui, adesso?
Poco importava che fosse per prenderla al sole in terrazza sopra di sé, per giocare a pallone col grappolino di gomma, a pallacanestro con l’incarto crepitante di un cioccolatino, o per riempire un carrello da buongustaia fiera affamata all’Isola dei Tesori come per un gesto scaramantico di buon augurio, per cercare spazzole in internet e forbici dentate dal barbiere adatte a scioglierle i nodi del pelo, o inventarsi complicate preparazioni galeniche per il dosaggio utile e sicuro delle medicine alle sue proporzioni…
L’importante era occuparsi di lei, perché se non lei, di chi altri poteva occuparsi un vecchio quasi cieco, ormai incapace anche di due passi intorno a casa tanto per scambiare un saluto col primo che incrociava?
“Tu de l’inutil vita estremo, unico fior…”
Il verso del “Pianto antico” gli si ripresentava insistentemente alla memoria.
Lui non si accostava certo a chi perde il proprio stesso sangue a tre anni di età, ma se ora poteva anche solo intuire da lontano il dolore del poeta come mai prima, era perché anche lui soffriva per la perdita cara, perché anche lui si sentiva una pianta percossa e inaridita… ma soprattutto, perché anche a lui, con la propria inutilità, la vita appariva ormai del tutto inutile.
Adesso che dal prezioso scrigno dei suoi affetti più veri era stata rapinata una perla, ne erano rimaste solo due ad illuminarsi a vicenda l’orizzonte chiuso e spopolato, ma prima o poi il brutale delinquente avrebbe colpito ancora, lasciandone una sola.
Di nuovo rabbrividì, al pensiero di poter essere lui, quello.
Sarebbe stato peggio che finire i propri giorni nelle segrete di un castello medievale, senza nemmeno un boia a ricordargli d’esser vivo.
Però sarebbe stata una disgrazia terribile anche ridursi ad una larva, con la moglie costretta a fargli da badante.
Gliel’avrebbe risparmiato volentieri, se ora il destino avesse accettato di prendersi anche lui, ma doveva dargli una mano, per non sbagliare. E per quanto grave, poi, potesse essere la perdita anche per l’amata consorte, a lei la vita avrebbe tuttavia ridato un senso.
Era più giovane e aveva ancora saldi legami ad un mondo esterno più rigoglioso e puro del suo, ne aveva anche diritto, in fondo.

Ma ci voleva coraggio, e neanche tanto per l’atto in sé, che sarebbe stato solo un attimo, quanto piuttosto per dopo: per l’eternità.
Cavolo, se nelle storie dei preti c’è anche solo una briciola di verità, è da folli aprirsi lo sportello della fornace da soli. Già è insopportabile la sofferenza di questa valle di lacrime, benché si sappia che prima o poi finisce, rischiarne una versione eterna è incoscienza pura!
Sempre che i preti non si siano bevuti il cervello, con le loro storie: onnipotente ed infinitamente misericordioso… ma dai!
Ma dai un corno: l’intelletto non può comprendere tutto.

Se la prese col Padreterno, che è il creatore di ogni cosa ed anche l’autore delle regole del gioco.
“Se uccidere è peccato mortale, all’inferno ci dovresti essere Tu dalla creazione del mondo!” Lo sfidava, ma Dio taceva.
”Che bisogno c’è dell’amore, se il prezzo è questo? Ti piace soffrire? Ma a noi no, e se Tu sei masochista, noi cosa c’entriamo?” Lo sbeffeggiava, ma Dio taceva.
“Allora Tu sei anche il male, se tutto è in Te. Oppure non è vero che l’hai sconfitto e precipitato all’inferno fin dal principio del tempo.” Lo provocava, ma Dio continuava a tacere.
Ci si sarebbe azzuffato, se lo avesse potuto vedere.
“E vieni fuori che ho voglia di suonartele, porca miseria! Combatti da uomo anche Tu, visto che costringi noi a scannarci anche solo per sopravvivere!” Ma qui gli venne d’improvviso in mente che forse è proprio questo il senso del Cristianesimo, allora il vecchio sospese le ostilità con una punta di rammarico frammisto a timore.
“Perdonami. – Pensò – Gesù è innocente, e se davvero sei Lui, in qualche modo che non capisco anche Tu lo sei.”
Poi si calmò, e cadde in un sonno profondo.

Si svegliò con il dolce miagolio nelle orecchie di quando Fly lo chiamava per la colazione, ma gli unici suoni erano dei preparativi della moglie per recarsi a scuola.
La raggiunse che si stava coprendo col trucco le tracce del pianto, e si abbracciarono senza parlare.
Quando lei se ne fu andata, prese a gironzolare per casa immerso in pensieri cupi. Passava in rassegna i ricordi di tutta la vita senza trovare nulla, al di fuori della famiglia e di Fly, per cui fosse valsa la pena tutto il daffare che s’era sempre dato. Ma la famiglia era ormai ridotta ad un arbusto rinsecchito, e Fly non c’era più. Per quanto la mente gliene ricreasse la presenza in ogni atto che compiva, lei non c’era più.

Si affacciò alla terrazza con le lacrime agli occhi.
Nel boschetto dietro casa, la primavera riempiva l’aria dei profumi freschi e dei suoni allegri del risveglio. Eccitate, le nuove generazioni degli uccelli assaporavano la vita gorgheggiando nel gioco frenetico all’eterno ritorno.
Lui aveva perso, a quel gioco, Fly, poverina, non aveva potuto nemmeno partecipare.
Pensò alle immense schiere degli sconfitti e degli esclusi con un sentimento di mesta partecipazione.
I grandi alberi davanti a lui si ergevano forse fino all’ottavo piano, di sicuro al settimo: due più del suo. Stavano rinverdendo, ma le foglie, non ancora fitte come d’estate, non coprivano del tutto il paesaggio.
Il parco era uno dei maggiori pregi della casa. Lui e la moglie se ne erano innamorati anche per questo, quando ancora la stavano scegliendo.
Nelle stagioni in cui il rigoglio della natura non nascondeva tutto, si godeva anche una bella vista sulla città dalla sua terrazza, con San Luca che svettava in lontananza tra le fronde rade. Ma lui poteva solo immaginarla attraverso le descrizioni amorevoli della moglie, adesso che davanti al suo sguardo le cose erano divenute ombre indistinte nella maledetta foschia che le sbiadiva ogni giorno di più.
Adirato di nuovo con Dio, diede un calcio al parapetto come per darlo a Lui, ma ancora una volta Dio si sottrasse alla rissa e tacque.
Il vecchio guardò giù.
Concentrandosi su piccole aree centrali del campo visivo, riusciva ad intuire, uno alla volta, gli arredi del giardino.
Se avesse scavalcato il muro, avrebbe provato per qualche attimo l’ebbrezza della libertà assoluta. Il piacere supremo del volo senza catene nell’aria pura, che tante volte aveva sognato, poi finalmente la pace del nulla.
“Il nulla può bastare, visto che il Paradiso ha tutta l’aria di una pia illusione. Non vale davvero la pena sperarci, con le premesse di questo mondo dove la spirale del male si avvolge senza fine per quanto impegno uno metta a spezzarla…

Ma se poi l’esistenza continua davvero? Anche solo andare avanti in eterno come adesso sarebbe un vero inferno.”
E altro che ebbrezza di libertà! Non ci sarebbe stato proprio niente di esaltante in quella caduta… folle terrore, invece, molto, da far sembrare lunghissimi i pochi istanti che sarebbe durata… Poi, dopo il terrore impotente… SPATAPAAAMMM!!! La botta micidiale e per niente elegante, che magari non lo avrebbe nemmeno accoppato subito.

No. Non sarebbe servito a nulla sfracellarsi là sotto, sullo scivolo dei bambini o sulle panche delle nonne, se non a portare l’orrore nelle loro chiacchiere durante i giochi dei nipoti.
Un atto assolutamente vano; proprio il contrario dell’aspirazione che lo aveva sempre animato: servire! Spendersi per le persone e la collettività, contribuire al progresso di tutti… Desiderava essere ricordato per ciò che di buono avrebbe lasciato dietro di sé. Un discreto tesoretto di impegno e d’amore, secondo lui, niente che valesse una parola d’augurio per la pensione il giorno dell’addio, secondo il mondo.
Ma appunto per questo, la sua uscita di scena non doveva essere la noiosa lagna dell’ultima sconfitta, come sarebbe stato l’oscuro schianto sulla pace del giardino condominiale che gli era venuta in mente.
Il meritato riscatto doveva essere! Qualcosa di simile allo sparo di Tenco… o almeno al suo grido lacerante: un monito perenne alla coscienza dei giusti contro il cinismo e l’infedeltà.
Non che anche in quel modo si aspettasse il trionfo improvviso della giustizia, ma di portare un altro mattoncino al suo edificio sì, e mattoncino dopo mattoncino, da quando al mondo c’era chi voleva farci un magnifico castello, la costruzione era cresciuta un bel po’.
Non l’aveva, però, una pistola, e in ogni caso anche spargere sangue e pappa di cervello sui mobili per il maggior raccapriccio della moglie gli sembrava assai poco elegante.
Povera Tata! … Lei gli voleva bene e non aveva alcuna colpa dei suoi naufragi. anzi, era il suo unico successo umano, la sola perla del diadema rimasta ad illuminargli la rotta, e al tempo stesso l’approdo sicuro dove dirigerla. Non meritava di sicuro l’orrenda accusa che un gesto simile le avrebbe rivolto suo malgrado.

Il vecchio si tranquillizzò un poco.
Pensò che aveva avuto altre volte dei pensieri cupi senza veri impulsi di autodistruzione, perciò forse anche quel giorno aveva solo bisogno di distrarsi un po’.
Una bella nuotata gli avrebbe rinfrescato le idee scacciando la depressione con la fatica, e dopo, anche lo struggente ricordo di Fly avrebbe potuto iniziare il cammino verso la quieta terra dei numi tutelari per mutarsi in culto e speranza fiduciosa.

Portandosi verso l’altra estremità della lunga terrazza per abbassare la veneziana, inciampò in una robusta corda che sporgeva da sotto il tavolo di plastica per cenare all’aperto nella bella stagione.
Dovevano averla dimenticata gli operai che la settimana prima avevano portato i mobili nuovi della sala con la piattaforma aerea.
Poi il brutto tempo aveva sicuramente fatto rintanare in casa la moglie, che altrimenti se ne sarebbe accorta e le avrebbe assegnato un posto più acconcio, e quindi era rimasta là.
La raccolse, constatando che era piuttosto lunga.
Ci fece un nodo scorsoio ad un capo senza nemmeno rendersene conto. Era un’abitudine bizzarra che aveva preso da bambino, dopo aver visto un’impiccagione selvaggia in un film di cow boy. Tormentato dal ricordo della scena col lungo indugio sul cappio intorno al collo del malcapitato, aveva provato a riprodurne lo strano nodo come per liberarsene, e dopo il primo successo, aveva preso a ripetersi meccanicamente quasi ogni volta che gli capitava una corda fra le mani.
Mise questa nella sacca da scarpe del borsone sportivo con l’intento di riporla nell’autorimessa al ritorno dalla piscina; prima di andarci no, perché altrimenti avrebbe perso la coincidenza dell’autobus alla Stazione Mazzini, e con la coincidenza, a volte si perdeva anche più di mezz’ora a quella fermata.
In autobus, ripensava in trance alle lunghe attese alla base del ponte di mattoni su cui la vecchia ferrovia che unisce alla Toscana scavalca la Via Emilia. L’alta velocità ci passa proprio sotto in una moderna galleria, e raggiunge silenziosamente la stazione centrale come una costosa metropolitana fra Bologna e Firenze.
La stazioncina in ferro è situata proprio sull’arco del ponte a cavallo della strada, abbarbicata alla sua struttura antica come una gigantesca pianta rampicante azzurra.
L’avevano costruita contemporaneamente alla linea sotterranea quando il vecchio abitava ancora là vicino, ma dei lavori dell’alta velocità non s’era mai accorto nessuno, e la Stazione Mazzini era stata aperta al pubblico solo dopo il suo trasferimento, perciò non aveva mai avuto occasione di andare a vederla.

La Via Emilia è il cuore dell’intera regione; c’è sempre un gran traffico sotto il ponte della Stazione Mazzini.
Il vecchio pensò con una smorfia truce all’effetto che avrebbe fatto sui passanti veder precipitare un uomo dal ponte e rimanergli penzoloni davanti agli occhi.
C’era il rischio di qualche piccolo tamponamento, ma nulla di grave, perciò non era il caso di farsi degli scrupoli.
Invece, quello sì che sarebbe stato un ammonimento da far venire i brividi!
Purtroppo l’eco sarebbe svanita in fretta, se è vero che in questo mondo perverso ci si dimentica in un amen anche dei crimini più efferati e degli attentati con centinaia di vittime innocenti, ma almeno l’avrebbero avuta sulla coscienza per sempre, quelli che l’avevano trascinato fino a quel punto.
I politici che l’avevano fatto quasi fallire per non aver assecondato la loro corruzione, i magistrati che li avevano coperti rendendosi complici della corruzione e dei ricatti, gli imberbi calunniatori che gli avevano guastato gli ultimi anni di un’onesta carriera per degli oscuri motivi, i velenosi serpenti dagli oscuri motivi dietro di loro, l’ispettore infedele che aveva accolto la ridicola accusa di “attribuzione dei voti senza una giusta attribuzione dei voti” per non indagare sulla misteriosa ubiquità dei serpenti velenosi: capaci di essere presenti al tempo stesso a scuola e nel loro nido.
………
“E forse anche Tu, se è vero che ci ami.”
………

Finalmente ci sarebbe andato, quel giorno, a vedere la stazioncina sospesa.
Peccato doverla consegnare alla storia con la fama odiosa di forca come il ponte dei Frati Neri di Londra, ma questa volta, la morte auto inflitta in pieno sole ne avrebbe fatto una tribuna infuocata contro l’ingiustizia, e in questo modo, la “Stazione dell’impiccato” sarebbe diventata un marchio indelebile, nella coscienza della città.

Il vecchio salì le scale del marciapiede Est. A quell’ora, il sole saliva ancora ad oriente, e col viso rivolto a lui, il monito sarebbe stato ancora più terrificante, per coloro che venivano dalla parte del mare.
Sul suo marciapiede non c’era nessuno all’infuori di lui; sull’altro, solo una donna velata che teneva per mano due marmocchi irrequieti.
Il vecchio si sforzò di precisarne i contorni pur nella nebbia dei suoi occhi che tutto sfumava; in quella luce gli riusciva abbastanza, se li inquadrava bene nella minuscola finestra rimastagli sul mondo.
L’aspetto della donna era indecifrabile, sotto tutti quei tendaggi, ma poteva essere anche attraente, stando alle forme che questi prendevano con certi movimenti, in ogni caso era senz’altro molto giovane.
I bimbi sembravano gemelli. Entrambi paffuti e sui tre o quattro anni, mettevano a dura prova l’energia della madre tirandola di peso di qua e di là. Dicevano cose incomprensibili ed erano simpatici, con il loro cipiglio volitivo.
Un vuoto gigantesco nell’album esistenziale del vecchio che solo Fly aveva saputo colmare.
Consultò gli orari per vedere quando sarebbe passato il loro treno: non voleva mostrare le proprie intenzioni prima che divenissero inevitabili.
C’era ancora un po’ di tempo, tanto che prima sarebbe passato un altro treno senza fermarsi, di conseguenza si mise ad ispezionare le balaustre per scegliere il punto più adatto a fissare la corda.
Guardò in strada il traffico che veniva da levante; la fila ininterrotta di veicoli avanzava lenta ed ordinata come sempre.
Aveva un gran peso sul cuore. Sarebbe stato bello essere al parco a giocare sull’erba con dei nipotini vispi come i bimbetti sull’altro marciapiede che sentiva fare i capricci alle sue spalle. Invece era alla Stazione dell’Impiccato, a fare in modo che il posto potesse guadagnarsi il fatidico nome.
Provò una fitta lancinante al pensiero della moglie. Gli sembrava quasi di vederla: con l’espressione sconsolata e le braccia protese verso di lui nella preghiera di non farlo, e lo addolorava mortificarla come se non apprezzasse il suo amore, ma era sicuro che la sua cara Tata lo avrebbe capito. Aveva bisogno di lei e della sua devozione più dell’aria che respirava, per vivere; ma bisogna pur vivere nel mondo, ed era contro il mondo intero che lui si ribellava, contro la diabolica malvagità che vi alberga, e nemmeno gli infiniti sacrifici dei giusti come lei riescono ad estirpare.

Lo confortò un poco rivolgere l’immaginazione ai momenti più belli vissuti con lei e Fly in quella sorta di trinità terrena che li aveva uniti.
Forse adesso si stava cacciando in un guaio persino peggiore della vita mondana, ma era troppo crudele per crederci davvero. Forse andava incontro al nulla assoluto, invece, o forse addirittura alla felicità tanto agognata… Allora avrebbe rivisto Fly in tutto lo splendore della nuova luce senza foschie, e insieme, essi avrebbero atteso l’adorata mamma per ricostituire in eterno il diadema perfetto.

Il fischio del treno lacerò l’aria contemporaneamente al grido agghiacciante della donna ed al pianto di un bambino.
Il vecchio si volse con un sussulto. Uno dei piccoli strillava in mezzo ai binari, la madre teneva per mano l’altro sul bordo del marciapiede gridando qualcosa e gesticolando verso di lui. La poveretta non poteva scendere a recuperare il figlio sfuggito al suo controllo senza mettere in pericolo anche l’altro, sia che se lo trascinasse dietro, sia che gli lasciasse la mano.
Doveva farlo lui. Rischiava di brutto la vita, ma l’unico inconveniente pratico ai suoi piani che avrebbe comportato perderla sarebbe stato il futuro nome della stazione e tutto sommato, “Stazione dell’Eroe” sarebbe stato anche più bello dell’altro.
Questi pensieri fuori controllo gli balenarono in testa con la velocità della folgore, e tuttavia la sua corsa non li attese. Nonostante l’età, balzò fra i binari ancora più rapidamente, perché ormai il treno era a non più di cento metri.
Nel momento in cui posò le mani sul piccolo, la locomotiva era già grande davanti a loro, e fischiava a più non posso. Se lui avesse avuto delle difficoltà a sollevarlo, sarebbero stati travolti entrambi.
Terrorizzato, il bambino gli si aggrappò addosso ostacolandogli i movimenti. Era più pesante di quanto lui si aspettasse, tanto che si sbilanciò un poco in avanti fin qusi a cadere a sua volta. Allora fece appello a tutte le risorse da antico sportivo che coltivava da sempre, e, col cuore in gola, riuscì appena in tempo ad uscire col bambino in braccio dalla traiettoria fatale della macchina sferragliante.
La madre gli si buttò ai piedi bagnandoglieli di lacrime, mentre il treno ancora transitava davanti al marciapiede.
Pallido, e con la testa completamente svuotata di ogni pensiero, le riconsegnò come un automa il figlioletto ascoltando il gran fragore dei vagoni come un messaggio arcano.
Poi fu di nuovo il sommesso rimbombo del traffico di sotto.
La donna gli diceva parole che lui non comprendeva, ma fra le risa ed i pianti di ogni essere umano; i bambini gli si aggrappavano ai pantaloni come ad un padre, e furono le emozioni universali di questo linguaggio dei sentimenti a risvegliarlo d’improvviso dal suo incubo terribile.
“Ma che cazzo volevo fare?” Si domandò, quasi che ora fosse un altro. Poi si liberò gentilmente della gratitudine vociante che lo circondava e attraversò di nuovo i binari per andare a riprendersi il borsone. La sua Tata stava per ritornare dalla scuola, e non voleva che fosse sola, col triste rimpianto di Fly.

Un leggero piagnucolio lo fece volgere di nuovo per un ultimo saluto, ma i suoi protetti non c’erano più.
Seduto vicino all’imbocco delle scale, invece, un gatto rosso con le orecchie da lince lo guardava miagolando dolcemente.
Papà gli sorrise fra le lacrime accennando ad attraversare di nuovo i binari, ma il micio si alzò e scomparve giù dalla rampa scuotendo la coda ritta come un gaio arrivederci.
Il papà di Fly accennò un saluto avviandosi a sua volta verso l’uscita.
“Grazie, Angelo mio!” Ripeteva fra sé.
FINE